Shopping natalizio: strategie dei marketer e comportamenti dei consumatori

Quest’anno un italiano su 4 prevede di investire meno per gli acquisti natalizi ma emerge un cauto ottimismo. Il 66% degli italiani dichiara infatti che la spesa sarà in linea con l’anno scorso, e la spesa media sarà di 242 euro. Da quanto emerge da una ricerca sul Natale 2021 di Yahoo, e realizzata da YouGov, per guadagnarsi l’attenzione dei consumatori è fondamentale che i marketer utilizzino progetti basati su un marketing mix di formati, canali e creatività. Nel periodo che precede il Natale, dove tradizionalmente si concentra la maggior parte degli acquisti, i marketer dovranno quindi considerare cinque fattori principali: finanziario, programmazione degli acquisti, rispetto dei valori dei consumatori, comprensione dei comportamenti e delle motivazioni legati agli acquisti, e modalità per catturare l’attenzione dei consumatori.

Puntare sul Black Friday e i pagamenti alternativi

Il 41% del campione pianifica la ricerca dei regali prima di dicembre, soprattutto i giovani tra 25-34 anni. Ed è novembre il periodo di picco degli acquisti, in particolare nel weekend del Black Friday, soprattutto tra i 16-34enni (45%), ma c’è anche un 20% del campione preoccupato della potenziale diminuzione della disponibilità di merce dovuta ai problemi di rifornimento e logistica globali. In ogni caso, i pagamenti alternativi, soprattutto la formula ‘compra ora e paga dopo’ (Buy Now, Pay Later, BNPL), sono quelli che interessano di più, tanto che il 28% ha già utilizzato questo tipo di servizio.

Avvicinarsi agli interessi sostenibili degli italiani

Mettere in risalto il proprio impegno verso la Corporate Social Responsibility, studiare nuovi packaging, mostrare più interesse verso il riutilizzo dei prodotti: così i brand si avvicinano di più agli interessi dei consumatori. Che nell’82% dei casi sono più predisposti a comprare alimenti e merci prodotte localmente (85% negli oltre 55enni). Nei prossimi 12 mesi il 43% dei 16-34enni acquisterà più prodotti di seconda mano e adotterà soluzioni di noleggio piuttosto che di acquisto. Infatti, in questa fascia di consumatori il 53% preferisce regalare ‘esperienze’ invece di prodotti. Se le donne sono più predisposte alle tematiche legate alla sostenibilità della distribuzione, l’85% dei consumatori è consapevole dei problemi legati allo smaltimento delle confezioni, e preferisce soluzioni realizzate in materiali biodegradabili, sostenibili o riciclabili.

Utilizzare un approccio omnicanale

Insomma, i brand devono dimostrare di aver compreso le modalità in cui stanno evolvendo le abitudini di consumo e le preferenze dei cittadini. È quindi necessario essere versatili, e puntare non solo sui benefici dell’acquisto online ma anche sui negozi tradizionali. Per catturare l’attenzione dei consumatori occorre quindi utilizzare un approccio omnicanale. L’85% del campione farà infatti alcuni acquisti natalizi in questi ultimi, ma il 47% dei consumatori vuole mantenere un approccio ibrido, valutando di volta in volta i benefici di un canale rispetto all’altro. La Gen Z, poi, si aspetta di più dalla shopping experience, e nel 32% dei casi andare a fare shopping equivale a un’esperienza sociale da condividere con gli amici o con la famiglia.

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L’auto è la più amata dagli italiani

I tempi stanno cambiando, tutti ci stiamo orientando verso comportamenti e acquisti sempre più green, in ogni ambito della nostra vita. Ma per l’automobile il discorso ancora sembra non valere, tanto che è proprio la macchina il mezzo preferito per la mobilità dei nostri connazionali. Il dato emerge da una ricerca realizzata da Arval Mobility Observatory, la piattaforma di ricerca e di scambio di informazioni nell’ambito della mobilità, in collaborazione con Doxa. L’auto si conferma il principale mezzo di trasporto a cui ricorrono gli italiani: l’87%, infatti la usa almeno una volta a settimana, il 63% tutti i giorni o quasi.

Svolta green?

Macchina sì, ma in un’ottica sempre più ecologica. La ricerca svela infatti che gran parte del campione è orientato verso scelte più green, almeno per quanto riguarda il futuro: il 77% dichiara di avere attualmente un veicolo diesel o benzina, ma è pari al 64% la quota di coloro che sceglierà come prossima auto un veicolo ibrido (45%) o elettrico (19%). Insomma, la sostenibilità – un po’ come accade sempre più in tutti gli ambiti della nostra vita –  è un tema al quale gli italiani sono sensibili, al punto che il 66% è a conoscenza della proposta contenuta nel “Fit for 55”, il pacchetto di riforme dell’Unione Europea per ridurre le emissioni di gas serra presentato nel mese di luglio, che prevede, dal 2035, l’obbligo per le case costruttrici di produrre solo auto a zero emissioni. Non solo: perchè addirittura l’82% dei rispondenti si dichiara favorevole.

Risvolti positivi e qualche criticità

Se il 66% degli intervistati ritiene che la maggior diffusione delle auto elettriche avrà un impatto positivo sull’ambiente, resistono per alcune preoccupazioni legate principalmente ai costi delle nuove tecnologie. L’accessibilità economica interessa infatti il 78% degli intervistati, mentre la gestione del fine vita delle batterie l’87% del campione. Una mobilità sostenibile, però, non passa solamente per le auto elettrificate. 8 intervistati su 10 ritengono che l’offerta combinata di differenti opzioni contribuisca a una mobilità più ecologica e l’82% auspica la diffusione di soluzioni che permettano la gestione integrata delle diverse possibilità di mobilità secondo un approccio MaaS (Mobility as a Service). Per ovviare a eventuali problematiche, i nostri connazionali sono assolutamente bendisposti anche verso la mobilità dolce: ben l’84% si dichiara a favore con la linea delle amministrazioni delle grandi città che incentiva le forme di mobilità alternative all’automobile, come ad esempio la creazione di piste ciclabili.

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Arredobagno, nel primo semestre 2021 le vendite crescono del +47,2%

Gli effetti della pandemia non hanno risparmiato il settore italiano dell’arredobagno, ma il 2021 si è aperto con segnali decisamente positivi. Se infatti nel 2020 il Sistema Arredobagno ha registrato una contrazione del 9,0%, nel solo periodo gennaio-giugno 2021 rispetto al primo semestre del 2020, l’aumento delle vendite del Sistema Arredobagno è stato del 47,2%, con un andamento particolarmente positivo sul mercato italiano (+62,4%).
Considerando poi i dati disponibili per il confronto con il primo semestre del 2019, emerge una crescita del 14,9% delle vendite totali e del 12,8% per il mercato italiano. È quanto emerge dai dati diffusi nel corso dell’Assemblea dei soci di Assobagno, l’Associazione nazionale delle industrie dell’arredamento e gli articoli per il bagno.

Export, +33,9%. Germania primo sbocco commerciale

Nei primi sei mesi del 2021 anche le esportazioni del Sistema Arredobagno registrano un significativo incremento, pari al +33,9%, rispetto all’analogo periodo del 2020. Tra i mercati di riferimento, la Germania è il primo sbocco commerciale dell’export italiano di Arredobagno, seguito da Francia, Regno Unito, Svizzera e Spagna. Anche il confronto con il periodo gennaio-maggio 2019, conferma il dinamismo del comparto, registrando in questo caso una crescita del +4,6%. Relativamente all’import del Sistema Arredobagno si evidenzia un robusto incremento nel periodo gennaio-maggio 2021 (256,4 milioni di euro, +42,6% sul 2020 e +15,6% sul 2019). Cina, con oltre un terzo del totale importato, Germania, Bulgaria, Turchia e Polonia, sono i primi cinque Paesi fornitori, riferisce E-Duesse.it.

Nonostante gli incrementi delle vendite gli imprenditori sono allarmati

Tuttavia, sottolinea Assobagno, “nonostante gli incrementi delle vendite, gli imprenditori sono allarmati per la difficoltà nel reperimento delle materie prime e per i continui aumenti dei prezzi, motivo per il quale la loro marginalità sarà ridotta”. 
In ogni caso, nel 2020 la contrazione del 9,0% è stata comunque contenuta da una minor penalizzazione sui mercati esteri (-6,6%) rispetto a quello interno (-11,3%). In diminuzione, però. seppur meno marcate, sono state anche le importazioni (-7,4%), che hanno determinato una perdita complessiva del consumo interno apparente pari al -10,4%.

I numeri del Sistema Arredobagno italiano: 984 aziende per 22.388 addetti

Nel 2020 il Sistema Arredobagno comprendeva 984 aziende, in diminuzione del -1,9% rispetto al 2019, e impiegava 22.388 addetti (-2,1% rispetto all’anno precedente). Sempre nel 2020, riporta Adnkronos, il 94% del fatturato del settore è stato realizzato da Società di capitali, che rappresentano oltre il 40% delle imprese e impiegano quasi l’80% degli addetti. Dal 2020 il Sistema Arredobagno include poi anche il comparto delle Ceramiche sanitarie.

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Welfare aziendale, il 92% degli HR sceglie l’attività fisica

Il 92% degli HR, i responsabili risorse umane all’interno di un’organizzazione, è convinto che sia utile alle aziende l’adozione di iniziative di welfare che promuovano lo sport e il benessere psicofisico. È quanto emerge da un sondaggio di Urban Sports Club, realizzato nel mese di agosto 2021 su 262 tra HR manager, ceo e responsabili welfare di aziende italiane. 
“Emerge un interesse crescente a inserire lo sport tra i benefit che le aziende offrono ai propri dipendenti – spiega Filippo Santoro, Managing Director di Urban Sports Club Italia -. Un benefit che si posiziona sempre di più come un must have piuttosto che un nice to have. In questo scenario la flessibilità e la possibilità di scegliere fra più strutture in base ai propri impegni e al luogo dove si lavora – aggiunge Santoro – è un elemento imprescindibile”.

I benefici dello sport in relazione al lavoro

Secondo gli intervistati, i principali benefici dell’attività sportiva in relazione al lavoro sono ridurre e combattere lo stress (43%), migliorare le relazioni tra colleghi (20%), rafforzare lo spirito di squadra (20%), ma anche sviluppare l’engagement e tutto ciò che concerne il cosiddetto employer branding (15%). Per i manager, l’offerta di sport in ambito welfare deve però avere alcune caratteristiche essenziali, come la customizzazione e la semplicità gestionale.

Flessibilità, libertà di scelta e semplicità gestionale

La flessibilità e la possibilità di customizzazione, sia sul fronte della gestione aziendale sia sul fronte dei dipendenti, è infatti indicata dal 42% del campione. Questo, in modo che ognuno possa scegliere l’attività sportiva in base alla propria agenda, agli spostamenti e alle esigenze della vita privata e familiare, Un altro elemento fondamentale è la libertà di scelta (31%): è bene, per scongiurare l’effetto ‘Coppa Cobram’, che ognuno possa scegliere lo sport o l’attività che meglio si adatta alle proprie attitudini e alle proprie preferenze. Terzo elemento, la semplicità gestionale (18%): è importante che la persona a capo di un sistema di welfare in una media o grande organizzazione trovi un sistema facile da gestire.

Le tipologie di attività più adatte a diventare strumento di welfare

Ma quali sono secondo la ricerca di lrban Sports Club le tipologie di sport più adatte a diventare strumento di welfare? Al primo posto gli intervistati. riferisce Italpress, indicano sport di squadra (40%), al secondo, attività di meditazione e relax, come yoga e pilates (34%), al terzo gli sport di endurance, come corsa lunga e bici (9%), e al quarto le attività brevi ad alta intensità, come, ad esempio, l’EMS e il functional training (5%).

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Corsa all’imprenditorialità, fra stereotipi e opportunità dell’e-commerce

Le opportunità ci sono, il coraggio non manca. Così, dopo mesi di limitazioni, lockdown e varie traversie, cresce il numero degli italiani che accarezza l’idea di mettersi in proprio, forse proprio a causa della crisi innescata dalla pandemia. Ma in Italia ci sono delle criticità, come avverte l’indagine condotta da BVA Doxa per Shopify: innanzitutto  la figura dell’imprenditore è ancora molto stereotipata e, anche se gli italiani concordano sul fatto che mettersi in proprio sia appagante e permetta di guadagnare maggiore libertà, solo il 2% degli italiani è davvero intenzionato a diventare imprenditore. Però le opportunità non mancano, anzi.

Entrepreneurial Economy, ora è il momento

Questi mesi potrebbero essere quelli giusti per l’Entrepreneurial Economy ovvero il mettersi in proprio, reinventarsi o innovare il proprio business. Oggi ci sono diverse strade percorribili da imprese e professionisti che hanno il coraggio di abbracciare il cambiamento, trainato dal digitale e in particolare dall’e-commerce. 

Come è percepita la figura dell’imprenditore

Anche se in molti desiderano mettersi in proprio, resistono però degli stereotipi sulla figura dell’imprenditore: si tratta di un uomo per il 94% degli intervistati, tra i 40 e i 60 anni (77%) che vive in una grande città (73%), rigorosamente del Nord Italia (92%). Nei confronti degli imprenditori, tuttavia, l’opinione degli italiani è positiva nel 65% dei casi: si tratta di professionisti coraggiosi e creativi che hanno saputo dar vita ai propri sogni. E, infatti, il primo driver che guida ogni scelta degli imprenditori è la passione (61%), seguita dalla volontà di acquisire un certo status (55%) e di guadagnarsi più libertà (50%). Infine, sono tre le caratteristiche must-have di un imprenditore di successo: lungimiranza (71%), audacia (65%) e forti capacità sociali (39%).

Cosa frena la corsa all’imprenditorialità

Nonostante il desiderio di mettersi in proprio, gli italiani si scontrano però con alcune barriere percepite come difficili da abbattere: in prima battuta la burocrazia (73%), i costi e le spese (66%) e i possibili rischi (54%). Risultato: solo il 2% degli italiani afferma di essere certamente intenzionato a diventare imprenditore, sebbene la percentuale salga al 37% se si considera anche chi è semplicemente aperto a tale possibilità. Di questi, 7 italiani su 10 punterebbero sull’e-commerce, vissuto come percorso per abbattere gli “scogli” che più fanno paura, come i costi, i rischi e le complicate  pratiche burocratiche.

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Pmi lombarde e transizione digitale: fondi per 9,8 miliardi in 7 anni

Nei prossimi 7 anni le imprese lombarde potranno contare su 9,8 miliardi di euro finalizzati alla transizione digitale verso le tecnologie di Industria 4.0. Si tratta di una cifra corrispondente a 5 volte il totale dei fondi strutturali spesi negli ultimi 7 anni da Regione Lombardia tramite il Fesr e il Fse per la ricerca, l’innovazione, lo sviluppo, la formazione, l’istruzione, e le politiche sociali e quelle per il lavoro. Si tratta della stima effettuata dal Centro studi Cna Lombardia, che ha valutato il combinato disposto dal PNRR e dai fondi strutturali di Next Generation Eu. Grazie al Fesr i fondi copriranno in maniera sinergica sia gli investimenti in ricerca, tecnologia e macchinari sia, grazie al Fse plus, gli investimenti in capitale umano.

Le risorse destinate alla formazione 

Secondo le stime Cna queste risorse genereranno due mercati paralleli. Da una parte infatti crescerà il bisogno di esperti e consulenti esterni, muovendo un volume d’affari nella sola Lombardia pari al 20% delle risorse, pari a 1,98 miliardi di euro. Dall’altra, si prevede che le imprese investano nella formazione continua, creando un volume d’affari pari al 10% dell’investimento (0,98 miliardi). In questo caso, le risorse del Por Fse regionale non saranno sufficienti a coprire il fabbisogno di formazione continua del personale, ma le Pmi potranno giocare altre due carte di assoluto rilievo.

Rifinanziamento del Fondo nuove competenze e fondi interprofessionali

Da una parte infatti le Pmi potranno contare sul rifinanziamento del Fondo nuove competenze (il Mise ha assicurato un miliardo di euro su base nazionale), dall’altra, l’accesso alle risorse dei fondi interprofessionali. Proprio in questa direzione si muove l’intesa siglata tra Cna Lombardia, l’ente di formazione Ecipa Lombardia, e il Made, il competence center per l’Industria 4.0, per la definizione e la costruzione di percorsi formativi a favore della digitalizzazione delle micro e piccole imprese.

Senza personale qualificato le tecnologie non esprimono il loro pieno potenziale

L’iniziativa punta a finanziare i percorsi formativi con le risorse di Regione Lombardia destinate al Programma operativo regionale Fse. Le imprese troveranno inoltre risposte formative relative a 5 filoni tematici, come prodotto 4.0 e processo 4.0, manutenzione 4.0, Big Data 4 small business, automazione, robot, cobot e ottimizzazione di processo, transizione sostenibile ed economia circolare.
 “La Lombardia rappresenta il 22% del Pil italiano, ma deve mantenere elevato il proprio livello competitivo – commenta Marco Taisch, presidente di Made-competence center industria 4.0 -. Questo accordo con Cna Lombardia ed Ecipa Lombardia mette a disposizione delle imprese strumenti concreti per formarsi e riqualificarsi. La formazione, infatti, è uno dei pilastri della rivoluzione di Industria 4.0: senza il contributo di personale qualificato, le tecnologie non possono dispiegare il loro pieno potenziale”.

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Il turismo italiano a luglio e agosto 2021 mette il turbo

Tra luglio e agosto 2021 il numero di italiani che hanno scelto di trascorrere le vacanze nel nostro Paese ha battuto ogni record. I nostri connazionali quest’estate sono stati in totale 23 milioni, contro i 17 milioni del 2020 e i 18 milioni dell’estate 2019, l’anno precedente la pandemia. E con loro hanno villeggiato in Italia anche sei milioni di turisti stranieri, molti meno rispetto alle estati precedenti la pandemia, ma sicuramente in numero decisamente più numeroso del previsto. Si tratta di un dato favorito probabilmente anche dagli effetti positivi del “green pass”, il passaporto vaccinale, ma in ogni caso è un risultato che all’inizio della stagione sembrava del tutto inatteso. Insomma, durante i mesi di luglio e agosto di questa seconda estate segnata dal Covid il turismo italiano ha messo finalmente il turbo.

Privilegiate le strutture alberghiere con 15 milioni di arrivi

A rilevarlo è una indagine di CNA Turismo e Commercio, condotta tra gli associati alla Confederazione di tutto il Paese.
Per quanto riguarda la ricettività, dall’indagine emerge che con 15 milioni di arrivi a essere privilegiate dai vacanzieri italiani nei due mesi estivi di luglio e agosto sono state le tradizionali strutture alberghiere, mentre le strutture extra-alberghiere ne hanno totalizzati otto milioni. Tra queste, in testa risultano i campeggi nelle loro varie declinazioni.

Le spiagge italiane segnano il tutto esaurito da un capo all’altro della Penisola

Se gli stranieri quest’anno hanno parzialmente rilanciato le città d’arte, che rimangono però ancora molto toccate dagli effetti della pandemia, sono state le località balneari a fare la differenza, complice anche il gran caldo della stagione. Il tutto esaurito ha infatti segnato le spiagge da un capo all’altro del Bel Paese, in misura significativa grazie agli imprenditori che hanno offerto alla clientela stabilimenti all’avanguardia, anche per quanto riguarda la tutela della salute.

Le isole minori non sono più meta di un turismo di ‘nicchia’ 

Per quanto riguarda il turismo balneare, l’indagine di CNA Turismo e Commercio rileva come quest’anno le isole minori siano uscite dal turismo di ‘nicchia’. Forse merito del richiamo importante di Procida, l’isola del golfo di Napoli, prossima capitale italiana della cultura, ma soprattutto delle campagne vaccinali che le hanno rese Covid free. E più in generale delle politiche attente alla sostenibilità ambientale seguite nel corso degli anni in questi veri e propri gioielli al largo delle nostre coste.

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Più tasse alle aziende che utilizzano risorse naturali scarse

Il nuovo sondaggio di Ipsos, condotto in collaborazione con il World Economic Forum, ha raccolto e analizzato le opinioni dei cittadini globali in merito allo sfruttamento delle risorse naturali da parte delle aziende. Il sondaggio è stato eseguito tra il 21 maggio e il 4 giugno 2021 su 19.510 adulti in 28 Paesi del mondo attraverso un questionario online. Cosa pensano quindi i cittadini del mondo in merito all’utilizzo di risorse naturali scarse per la produzione e realizzazione di prodotti? L’85% degli intervistati ritiene che le informazioni relative all’utilizzo di risorse naturali scarse dovrebbero essere incluse nelle etichette dei prodotti, e il 71% pensa che le aziende che usano tali risorse dovrebbero pagare tasse aggiuntive. 

In Italia il 73% è d’accordo ad aumentare le tasse alle aziende

Il sondaggio Ipsos rivela che a livello internazionale il 71% degli intervistati ritiene che le aziende che usano risorse naturali scarse per la realizzazione dei propri prodotti dovrebbero pagare tasse aggiuntive per il loro uso, anche se ciò significherebbe aumentare significativamente il prezzo finale dei prodotti.  Tra i 28 Paesi esaminati, una tassazione maggiore per le aziende che utilizzano risorse naturali scarse è maggiormente condivisa in Cina (85%), India e Colombia (84%) e Cile (83%), e meno condivisa in Giappone (47%), Polonia (50%) e Stati Uniti (60%) e Ungheria (64%). In Italia, la percentuale di intervistati d’accordo con una maggior tassazione per l’utilizzo di risorse naturali scarse al fine di produrre e realizzare prodotti, pari al 73%, si avvicina alla media internazionale. 

Ci vuole un’etichettatura appropriata sulle merci

Quanto all’etichettatura dei beni che utilizzano risorse naturali scarse per la loro produzione il sondaggio Ipsos rivela che a livello internazionale l’85% degli intervistati ritiene che le informazioni relative all’utilizzo di risorse naturali scarse dovrebbero essere incluse sulle etichette dei prodotti. Tra i 28 Paesi esaminati, un’etichettatura dei prodotti appropriata sulle merci è maggiormente condivisa in Colombia (93%), Malesia, Cina e Cile (91%) e meno condivisa in Giappone (75%), Germania e Stati Uniti (76%).  Anche in questo caso, la percentuale degli intervistati italiani d’accordo con l’inserimento delle informazioni relative all’utilizzo di risorse naturali scarse nelle etichette dei prodotti, si avvicina alla media internazionale, con l’83% di opinioni positive.

Una strategia diversa da “prendere-produrre-eliminare”

Dai dati Ipsos la necessità di ridurre il consumo e lo spreco sembra quindi essere ampiamente riconosciuta. Ma come procedere? Secondo il World Economic Forum una strategia chiave per ridurre i consumi e proteggere le risorse naturali è quella di allontanarsi dal nostro attuale approccio ai consumi, basato su “prendere-produrre-eliminare”, verso un’economia più circolare. I sostenitori dell’economia circolare propongono alcune modalità alternative di produzione, che potrebbero aiutare ad affrontare i problemi di sovraconsumo e scarsità delle risorse. In particolare, i prodotti dovrebbero essere progettati per sfruttare meno risorse e produrre meno rifiuti, i materiali usati per produrre i beni dovrebbero essere riutilizzati, e le risorse naturali dovrebbero essere protette e rimpiazzate.

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Famiglie, la spesa mensile in calo del 9% nel 2020

Secondo l’Istat, nel 2020 la stima della spesa media mensile delle famiglie residenti in Italia è di 2.328 euro. Il dato, rispetto all’anno precedente, fa segnare una flessione del 9%. Considerata la dinamica inflazionistica (-0,2% la variazione dell’indice dei prezzi al consumo per l’intera collettività), il calo in termini reali è appena meno ampio (-8,8%). 

Flessione record dal 1997

La flessione registrata nel 2020 è la più accentuata dal 1997 e riporta il dato medio di spesa corrente al livello del 2000. Nel biennio 2012-2013, quando si verificò la flessione più ampia nel periodo considerato, il calo rispetto al 2011 era stato complessivamente del 6,4%, decisamente meno rispetto a quanto si è appena verificato. 

Cifre stabili per alimentari e casa

Rispetto al 2019, rimangono sostanzialmente invariate la spesa per Alimentari e bevande analcoliche (468 euro al mese) e quella per Abitazione, acqua, elettricità e altri combustibili, manutenzione ordinaria e straordinaria (893 euro mensili, di cui 587 euro di affitti figurativi). Comprensibilmente, del resto, visto che l’effetto del Covid-19 su queste voci non è stato particolarmente pesante.

Su alberghi, ristoranti e spettacoli il calo più drastico

La spesa per tutti gli altri capitoli, che nel 2020 vale complessivamente 967 euro al mese, scende invece del 19,3% rispetto ai 1.200 euro del 2019. Le diminuzioni più drastiche riguardano i capitoli di spesa sui quali le misure di contenimento hanno agito maggiormente e in maniera diretta, cioè Servizi ricettivi e di ristorazione (-38,9%, 79 euro mensili in media nel 2020) e Ricreazione, spettacoli e cultura (-26,4%, 93 euro mensili), seguiti da Trasporti (-24,6%, 217 euro mensili nel 2020) e Abbigliamento e calzature (-23,3%, 88 euro mensili). Da notare che il calo delle spese delle famiglie è diffuso su tutto il territorio nazionale. Nel 2020, la voce di spesa che le famiglie hanno maggiormente limitato è stata quella relativa ai viaggi e alle vacanze. La spesa media mensile per una famiglia di una sola persona è pari a 1.716 euro, ovvero il 72% circa di quella delle famiglie di due componenti e il 63% circa di quella delle famiglie di tre componenti. Come saranno le rilevazioni per il 2021? Non buone, almeno per quanto riguarda la prima parte dell’anno. Secondo stime preliminari, infatti, la spesa media mensile nel primo trimestre del 2021 diminuisce del 3,4% rispetto allo stesso trimestre del 2020, a causa del persistere della crisi sanitaria. 

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