È boom di assunzioni, ma le imprese venete non trovano personale

Un paradosso nel mondo del lavoro: l’83% delle imprese venete vuole assumere nei prossimi 6 mesi, ma l’88% non riesce a trovare personale. Solo l’8% non intende ampliare l’organico, contro il 18% del 2021. È quanto emerge da un’indagine condotta da Fòrema, ente di formazione di Assindustria VenetoCentro, dal titolo Survey 2022: Indagine sui fabbisogni professionali delle imprese, condotta su di un campione di 208 intervistati tra HR manager, imprenditori, responsabili di funzione. Il 45% degli intervistati rappresenta imprese di dimensioni medie e grandi, e il comparto metalmeccanico rappresenta quasi la metà del panel.

Rispetto al 2021 cresce l’offerta di lavoro

Le percentuali di assunzioni crescono ulteriormente per i settori metalmeccanici (85%) e dei servizi tecnologici (89%), e il 79% delle imprese si dichiara disponibile all’utilizzo degli strumenti più tradizionali. Il contratto a tempo indeterminato è proposto nel 40% dei casi, seguito dal contratto a tempo determinato (22%) e l’apprendistato (17%). Diminuisce il peso dei contratti di somministrazione, ovvero le assunzioni tramite agenzia interinale (6%, contro il 10% del 2021).
I profili al top per il 2022 sono il progettista tecnico (29%), l’addetto alla logistica (15%) e l’addetto amministrativo contabile (10%). La priorità va ai profili di addetti alla produzione di livello manageriale, in grado di governare processi e gruppi di lavoro (11%), i tecnici informatici e i programmatori (9%, contro il 4% dello scorso anno).

Tirocinio: il metodo preferito per facilitare l’inserimento delle nuove risorse

Un quarto degli intervistati (26%) collega le assunzioni al normale turnover e ai pensionamenti, mentre circa la metà (48%) all’aumento delle commesse e della mole di attività da fare. Il 26% degli inserimenti è originato da un vero processo di trasformazione organizzativa, che ha avviato nuovi processi da presidiare (13%) o ha creato la necessità di nuovi ruoli prima non contemplati (13%).
Il tirocinio è il metodo preferito per facilitare l’inserimento delle nuove risorse (59%), seguito dai corsi di formazione brevi o lunghi (25%). L’88% del panel dichiara tuttavia che sta riscontrando difficoltà nel reclutare il personale (contro il 69% del 2021).

Grandi aziende più in difficoltà delle Pmi

Le grandi imprese appaiono ancora più in difficoltà delle Pmi. Soprattutto per il reclutamento di figure operative da inserire in produzione (56%), in forte aumento rispetto al 45% del 2021. Il 57% degli intervistati dichiara di non riuscire a ingaggiare nuovo personale necessario per mancanza di figure disponibili, perché sono già in forza presso altre aziende, o perché il sistema dell’istruzione e della formazione non riesce a coprire la domanda (44% nel 2021). A questo dato si aggiunge un ulteriore 19% che segnala come causa principale un disallineamento tra le competenze presenti sul mercato e quelle necessarie per operare efficacemente nel proprio contesto organizzativo. Nel 17% dei casi, si segnala in via esclusiva o accessoria il tema della scarsa attrattività del ruolo offerto, delle mansioni richieste o dell’azienda nel suo complesso.

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I lavoratori autonomi pagano più tasse di pensionati e dipendenti

Se pensionati e dipendenti sono le categorie abitualmente indicate dal dibattito politico-sindacale come più fedeli al fisco, la Cgia di Mestre rilegge lo squilibrio del carico fiscale legato all’Irpef, e mostra come siano i lavoratori autonomi a pagare mediamente più tasse. 
Secondo gli ultimi dati Mef disponibili sui redditi relativi al 2018, emerge che mediamente i pensionati pagano un’Irpef netta annua di 3.173 euro, i lavoratori dipendenti di 4.006 euro, e gli imprenditori/lavoratori autonomi di 5.741 euro.
“Si stima che l’evasione fiscale in Italia ammonti a 105 miliardi di euro all’anno e nel dibattito politico-sindacale si ripete ormai come un mantra che l’imposta sul reddito delle persone fisiche sarebbe pagata per quasi il 90% da pensionati e lavoratori dipendenti”, ricorda la Cgia.

Un grave abbaglio statistico e interpretativo

Secondo la Cgia, si tratta di un’affermazione del tutto fuorviante, che riproduce gli effetti di un grave abbaglio statistico/interpretativo. Se, infatti, “è palese che oltre l’82% dell’Irpef, e non il 90%, è versata all’erario da pensionati e lavoratori dipendenti, questo avviene perché queste 2 categoria rappresentano quasi l’89% del totale dei contribuenti Irpef presenti in Italia” si legge ancora nella nota del Centro studi dell’associazione.
Per dimostrare lo squilibrio del carico fiscale legato all’Irpef, la metodologia ‘corretta’ dovrebbe consistere nel calcolare l’importo medio versato da ciascun contribuente facente parte di ognuna delle 3 principali tipologie che pagano l’imposta sulle persone fisiche: autonomi, dipendenti e pensionati.
Quindi, è applicando tale metodica che per la Cgia si ribaltano i risultati.

Archiviati Cashback e lotteria degli scontrini

Intanto, si registra il deciso flop di Cashback e lotteria degli scontrini.
Se infatti il cashback è stato ‘archiviato’ dal governo Draghi, che a partire dal giugno 2021, ne ha sospeso l’applicazione per manifesta incapacità di perseguire l’obiettivo, anche la lotteria degli scontrini non sembra aver sortito grande interesse tra i contribuenti/consumatori.
“Stando ai dati dell’Agenzia delle Dogane e dei Monopoli, se a marzo del 2021 gli scontrini mensili associati alla lotteria avevano sfiorato il picco massimo di 25 mila unità, successivamente c’è stata una costante contrazione; lo scorso autunno il numero mensile è sceso poco sopra le 5 mila unità”, ricorda la Cgia.

Ogni anno sottratti al fisco 105 miliardi di euro

A dover essere utilizzate con i miliardi di informazioni che arrivano in funzione anti evasione, riferisce Adnkronos, dovrebbero essere le 162 banche dati di cui dispone lo Stato, che però solo in piccola parte riesce a ‘utilizzare’.
“È vero che a breve queste banche dati dovrebbero cominciare a dialogare fra loro, ovvero a essere interoperabili – sottolinea la Cgia -. Tuttavia, se ogni anno il popolo degli evasori sottrae al fisco 105 miliardi di euro, e i nostri 007 riuscivano a recuperarne, nel periodo pre Covid, tra i 18 e i 20, vuol dire che potenzialmente sappiamo vita, morte e miracoli di chi è conosciuto al fisco, mentre brancoliamo nel buio nei confronti di chi non lo è, con il risultato che l’evasione prospera”.

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Libri e lettura: i bambini italiani e il piacere di leggere

Per i bambini italiani leggere un libro non è un dovere, ma un piacere. Il 66% dei ragazzi dichiara che la lettura è un’attività che a loro piace molto. È un’attività che genera curiosità (57%), stimola la fantasia (54%), rimanda ai temi dell’avventura (47%) ed è generata dalla voglia di scoprire (46%).
Emerge da una ricerca de Il Battello a Vapore, marchio di libri per bambini e ragazzi di Edizioni Piemme, commissionata a BVA Doxa, e condotta allo scopo di cogliere gli aspetti di coinvolgimento capaci di alimentare la passione per la lettura dei ragazzi. La ricerca ha coinvolto 500 tra ragazzi e ragazze di età compresa tra 8 e 11 anni e i loro genitori, ed è stata presentata al Salone del Libro di Torino. 

Quel ‘primo libro appassionante’ che fa scattare la scintilla

Per la metà dei ragazzi è stato quel ‘primo libro appassionante’, magari ricevuto in regalo, l’incentivo alla lettura di altri libri (47%). Un libro che è piaciuto particolarmente è infatti la scintilla che fa scattare la passione per la lettura (36%). Altrettanto importante il ruolo che i ragazzi riconoscono alla famiglia, che interviene con un suggerimento/regalo di un libro (34%). L’avvicinamento alla lettura per i ragazzi è frutto in buona parte di impegno da parte dei genitori: il 61% cercava di leggere libri insieme al figlio da piccolo, il 57% comprava libri che pensava potessero piacergli, il 55% parlava insieme dei libri letti, e della lettura come di una vera e propria passione (51%).

Sviluppare capacità linguistiche e creatività

Più contenuto, ma sempre cruciale e irrinunciabile, il ruolo che giocano gli insegnanti (24%).
L’importanza del ruolo dei genitori nel stimolare la lettura di libri da parte dei bambini è rafforzata dal fatto che loro stessi ne riconoscono benefici oggettivi. Tra i più importanti, la conoscenza di vocaboli (63%) e lo sviluppo delle capacità linguistiche (55%). Accanto a questo lo sviluppo della fantasia e creatività (62%), elemento particolarmente accentuato per chi ha figlie femmine (66%). Tra i valori che la lettura dovrebbe comunicare, la curiosità (48%) e il rispetto (43%).

Viaggiare con la fantasia in mondi immaginari

Leggere, prima di tutto, e soprattutto per le femmine, è viaggiare con la fantasia in mondi immaginari (56%). Ma è anche un modo per ‘imparare cose nuove’ (47%), più citato dai maschi, e un modo per immedesimarsi nei personaggi (46%).  Anche i genitori hanno lo stesso modo di ricordare il loro approccio alla lettura durante l’infanzia. Il percorso fatto dai genitori, da ragazzi a lettori adulti, è la testimonianza di come sia importante far nascere e coltivare questa passione ‘da piccoli’. Da grandi però cambia in parte la sua percezione, e diventa momento di relax (58%) prima che curiosità (48%), voglia di scoprire (48%) e passatempo (46%), ma si conferma sempre una vera passione.

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Italiani, oltre la metà sta programmando le vacanze

Le limitazioni dovute alla pandemia si fanno sempre più lievi e di conseguenza ritorna la voglia di viaggiare. Tanto che oltre la metà degli italiani (51%) avrebbe deciso di andare in vacanza per i prossimi mesi, con il 16% che ha già prenotato. Al netto di chi ci sta pensando ma manifesta ancora un livello di indecisione (18%), gli italiani pronti a fare le valigie sarebbero circa 30 milioni di individui. Il 2022 segnerebbe un incremento dei flussi turistici in Italia: quasi 343 milioni di presenze e poco più di 92 milioni di arrivi, con una crescita rispettivamente pari al 35% e al 43% rispetto all’anno precedente. Segnali in ripresa, dunque, per il settore nel Belpaese anche se ancora al di sotto dei risultati registrati nel 2019, con un 21,4% di presenze e un -29,6% di arrivi. Effetto traino anche sulla spesa turistica che, in valore assoluto, supererebbe i 26 miliardi di euro. E, intanto, la guerra in Ucraina non risparmia gravi contraccolpi sul turismo italiano: poco meno di 6 milioni di italiani hanno già rinunciato alla vacanza per timore degli effetti del conflitto. Infine, per l’anno in corso stimata l’assenza dall’Italia di oltre 300 mila turisti ucraini e russi con una riduzione di 2,4 milioni di presenze e una contrazione della spesa turistica per quasi 180 milioni di euro.

L’industria del turismo torna a crescere

In base a quanto emerge da una previsione dell’istituto Demoskopika che ha stimato i flussi turistici sulla base dell’imposta di soggiorno rilevabile dal sistema informativo sulle operazioni degli enti pubblici (SIOPE) e delle recenti previsioni dell’Istat per il 2021, si prevedono quasi 343 milioni di pernottamenti stimati. Effetto positivo anche sulla spesa turistica: ben 26 miliardi previsti, con una crescita dell’11,8% rispetto al 2021. Oltre 9 milioni gli italiani che hanno già prenotato una vacanza per i prossimi mesi. E, intanto, la guerra in Ucraina genera una contrazione di quasi 180 milioni di euro di spesa turistica. Guerra e Covid condizionano il turismo italiano: 11 milioni di italiani rinunciano alle vacanze. Il presidente di Demoskopika, Raffaele Rio, ha dichiarato: “La pandemia ha affermato il profilo del turista sostenibile. In quest’ottica, è necessario sfruttare consapevolmente le risorse del PNRR per sostenere la ripresa del turismo”.

Le destinazioni scelte

Ma dove andranno in vacanza i nostri connazionali?  La destinazione prediletta è l’Italia. Il 16% ha già prenotato la villeggiatura, soprattutto nella fascia di età tra i 18 e i 35 anni, mentre il 35% sta pensando di programmare una vacanza per il rimanente periodo dell’anno in corso. Significativo, inoltre, il 18% che, pur manifestando interesse a partire, si dichiara attualmente indeciso. E, ancora. Prevale la vacanza “nazionalista”: 9 italiani su 10, pronti a “fare le valigie”, la trascorreranno nel Belpaese. Sul versante opposto, il 10% ha in programma di recarsi all’estero, di cui, il 7% ha programmato il viaggio in una destinazione europea, mentre il rimanente 3%, opta per una vacanza internazionale. Anche in questo caso, saranno i giovani (18-35 anni) a propendere maggiormente per un viaggio oltre confine.

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RC auto, i premi aumentano del 5%. Come risparmiare?

Oltre ai costi sempre più onerosi del carburante, l’altra spesa che incide sulle tasche degli automobilisti è quella della polizza RC auto. Secondo l’Osservatorio RC Auto di Facile.it a febbraio 2022 per assicurare un veicolo a quattro ruote occorrevano, in media, 447,91 euro, il 4,9% in più rispetto a gennaio. Sebbene quindi i premi siano ancora inferiori rispetto a un anno fa (a febbraio 2021 l’importo medio era 464,09 euro), a febbraio 2022 si è assistito a un leggero aumento delle tariffe.
Non sapendo se questo lieve rialzo rappresenti l’inizio di un trend di lungo periodo, Facile.it propone cinque consigli per risparmiare sull’RC auto.

Quali coperture aggiuntive scegliere?

Innanzitutto, confrontare le proposte disponibili sul mercato: le assicurazioni non sono tutte uguali e nemmeno gli automobilisti. Uno stesso nucleo familiare, ad esempio, potrebbe trovare conveniente fare la polizza assicurativa con compagnie diverse se possiede più veicoli.
Inoltre, è bene scegliere con attenzione le coperture aggiuntive, molto utili, ma anche in questo caso vanno scelte con cura. Assicurare contro il furto un veicolo vecchio potrebbe infatti non avere alcun senso. Da qualche tempo poi è entrata in vigore la cosiddetta RC familiare, che consente non solo di ereditare la classe di merito da un familiare convivente, ma anche di trasferire i benefici della classe di merito da una moto a un’auto e viceversa. Un importante risparmio per chi sottoscrive una nuova polizza, o per un neopatentato.

Chi guida veramente?

Se cercare di risparmiare è legittimo lo è altrettanto non rinunciare a caratteristiche importanti della polizza, che se sottoscritte, porterebbero a gravi problemi in caso di sinistro.
Se non siamo gli unici a guidare il mezzo meglio non sottoscrivere una polizza che preveda la guida esclusiva. Di contro, se davvero siamo e saremo gli unici alla guida, questa opzione può ridurre il premio in modo importante. Ma se al momento del sinistro non saremo alla guida dovremo rifondere il danno alla controparte. Se, invece, al volante potrebbe esserci qualche familiare con meno di 26 anni meglio non sottoscrivere una polizza con la sola guida esperta. 

La tecnologia aiuta

Oggi sono sempre più gli italiani che accettano di installare sul proprio veicolo un apparecchio che registri i dati di guida (la scatola nera) a fronte di una diminuzione del premio da pagare.
Ovviamente, in caso di sinistro, saranno i dati registrati dalla scatola nera a far fede, e sarà inutile, ad esempio, giurare di non aver superato i limiti di velocità se lo si è fatto. Meno diffuso, ma altrettanto utile, è il cosiddetto alcool lock, ovvero uno strumento che rileva il tasso alcolemico del guidatore, e nel caso in cui il tasso sia troppo elevato, impedisce l’accensione del veicolo. Installare questo strumento potrebbe far diminuire il premio RC auto, e salvare molte vite.

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Le professioni più richieste dopo la pandemia

A influenzare il mercato del lavoro nell’ultimo periodo è stata soprattutto la pandemia, che ha avuto anche il ruolo di volano nell’accelerare il processo di digitalizzazione. Ma quali saranno le professioni più richieste dopo il Covid-19? Partendo dall’osservazione diretta del mercato del lavoro e dalle richieste interne al proprio network, Carola Adami, fondatrice di Adami & Associati, ha individuato sei figure che continueranno a essere centrali nei prossimi mesi.

 “Quello che ci aspetta nel 2022 e negli anni a venire è un mercato dominato dalla ricerca di professionisti iper-qualificati, dalle competenze molto verticali – spiega Adami -. Nuovi fattori come l’Intelligenza artificiale e l’automazione a livello industriale continueranno a generare a livello internazionale milioni di nuovi posti di lavoro, andando però parallelamente a rendere obsolete diverse professioni”.

Infermieri qualificati e medici

“Guardando a breve termine – aggiunge Carola Adami – gli effetti della pandemia continueranno a incrementare la richiesta di professionisti nel campo della sanità, nonché di lavoratori qualificati nel campo della logistica e del commercio online”.

L’emergenza sanitaria ha sottolineato una carenza di personale negli ospedali, e le strutture anche nel 2022 continueranno a immettere nuovi specialisti. A partire dal marzo 2020 infatti la ricerca di infermieri qualificati è stata ininterrottamente molto sostenuta, così come peraltro è avvenuto per i medici. 

Responsabile logistica, tecnico di laboratorio, software engineer

Un’altra figura professionale richiesta nel dopo-Covid è il responsabile logistica. Le aziende sono sempre più attente alla soddisfazione del consumatore, e hanno capito che proprio la logistica rappresenta lo step finale per migliorare il livello di apprezzamento da parte del cliente. Lo stesso discorso fatto per gli infermieri può essere fatto per i tecnici di laboratorio, un’altra figura in forte crescita fin dalla primavera del 2020, e tutt’ora centrale nel mercato del lavoro. Inoltre, su LinkedIn sono quotidianamente tantissimi gli annunci per i software engineer, gli ingegneri del software, e quindi per gli esperti che si occupano della progettazione, dello sviluppo nonché dell’aggiornamento di prodotti software.

Data scientist, assicuratori, responsabile vendite

Con la crescita dell’importanza dei Big Data e della loro analisi sono aumentate in parallelo le ricerche di data scientist, un trend iniziato in realtà ancora prima dell’emergenza sanitaria.

Anche questo aumento di ricerche per gli assicuratori è strettamente legato alla pandemia. È infatti incrementato l’interesse nei confronti di soluzioni come le polizze sulla vita e sulla salute, portando a una maggiore richiesta di assicuratori, risk manager e via dicendo. Quanto al responsabile vendite, le aziende che desiderano aumentare le vendite si affidano a un nuovo responsabile, in grado di coordinare al meglio il team addetto alla vendita. Non di rado per adattare la politica di vendita ai nuovi tempi si è assistito a un cambio di marcia proprio nel periodo post-Covid,.

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Le Pmi non sono pronte per la trasformazione digitale

Secondo uno studio effettuato da Digital Innovation, l’azienda italiana che opera da anni nel settore dell’Office Automation, dell’Information Technology e Digital Solution, il 65% delle aziende italiane intervistate archivia i documenti in semplici cartelle sul proprio computer. Ma questo modo di organizzare i file, con le cartelle che riempiono il computer, influenza in qualche modo la produttività, e aumenta il tempo che si impiega a portare a termine i progetti. Inoltre, non tiene conto della sicurezza e della protezione dei dati. Si parla spesso di Industria 4.0, di digitalizzazione e innovazione della PA e delle aziende, ma di fatto la maggior parte delle Piccole e medie imprese italiane non è pronta alla trasformazione digitale. Proprio a partire dalla gestione dei documenti, che in alcuni casi viene gestita addirittura ancora manualmente, con la documentazione in formato cartaceo.

Il 5% delle Pmi archivia i documenti ancora in maniera cartacea

Al contrario, il processo di archiviazione digitale potrebbe guidare le aziende verso la trasformazione digitale, e al contempo offre alle imprese diversi vantaggi. Circa il 30% delle Piccole e medie imprese intervistate da Digital Innovation ha affermato, inoltre, che al momento non sono interessate a cambiare il loro modo di lavorare, e che un aggiornamento in termini di archiviazione documentale non gli interessa. Il restante 5% invece ha risposto che archivia i documenti ancora in maniera cartacea, poiché in ufficio dispone di spazi molto grandi e di personale per poter gestire l’archivio.

L’archiviazione digitale semplifica e automatizza i flussi di lavoro documentali

Eppure l’archiviazione di documenti in formato cartaceo diventa sempre più dispendiosa in termini di produttività, a causa della difficoltà di ricerca e condivisione delle informazioni raccolte nei documenti stessi. Il processo di archiviazione digitale, al contrario, può guidare le aziende verso la trasformazione digitale e offre diversi vantaggi. Innanzitutto in termini di rapidità, perché semplifica e automatizza i flussi di lavoro documentali. Un altro vantaggio è rappresentato da una più semplice condivisione dei documenti stessi, perché l’archiviazione digitale permette di accedere ai dati ovunque e in qualunque formato.

I vantaggi dell’archivio digitale? Rapidità, condivisione, risparmio e sicurezza

Oltre a rapidità e condivisione, secondo Digital Innovation l’archiviazione digitale dei documenti permette alle aziende di risparmiare denaro, perché riduce i costi di stampa e quelli di archiviazione dei documenti. Un ultimo vantaggio è in termini di sicurezza. L’archiviazione digitale consente infatti di elaborare, gestire e archiviare le informazioni in modo decisamente più sicuro.

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Imprese a livello globale, la privacy è una condizione essenziale

Ha coinvolto più di 4.900 professionisti provenienti da 27 Paesi la quinta edizione del Data Privacy Benchmark Study 2022 by Cisco, il report annuale dedicato alle pratiche sulla privacy adottate dalle aziende. E gli intervistati sono pressoché tutti concordi (il 90%, per la precisione) nel ritenere la privacy è un elemento fondamentale del business.

Focus sull’Italia

In merito al contesto italiano,  il 93% degli intervistati non si sente sicuro ad acquistare beni e servizi da un’azienda che non sa proteggere i suoi dati in modo adeguato, mentre l’85% sottolinea, all’interno del processo di acquisto, l’importanza delle certificazioni sulla privacy fornite da enti esterni. Sempre in Italia inoltre, il 97% dei professionisti ha dichiarato che la privacy è ormai parte integrante della loro cultura, con un buon 94% che confessa addirittura di riferire con regolarità una o più metriche sulla privacy ai loro consigli di amministrazione. Le aziende, dal canto loro, continuano a investire in questo settore stimando un ritorno mediamente del doppio rispetto all’investimento iniziale (1,8 in più). Il ritorno sull’investimento (ROI) della privacy è infatti in crescita per il terzo anno consecutivo, con maggiori benefici per le aziende di piccole e medie dimensioni. Più del 60% ritiene che la privacy aggiunga un grande valore alle aziende, permette di ridurre i ritardi nelle vendite, di mitigare l’impatto dovuto dalle violazioni dei dati, di abilitare il processo di innovazione, di operare con maggiore efficenza, di consolidare la fiducia dei clienti e di attirare nuovi clienti.

Favorevoli all’introduzione della legislazione sulla privacy

Come precisa il Data Privacy Benchmark Study 2022, la legislazione sulla privacy è stata accolta in maniera positiva dall’83% degli intervistati di tutti i 27 Paesi coinvolti, anche se il rispetto di queste leggi spesso comporta sforzi e costi significativi: catalogare i dati, mantenere le registrazioni delle attività di elaborazione, implementare i controlli e rispondere alle richieste degli utenti, tanto per fare qualche esempio.

La questione della protezione dei dati

Resta per ultimo il problema della protezione dei dati e del loro utilizzo. Sul primo punto Governi e aziende stanno cominciando ad impostare i requisiti di localizzazione dei dati stessi, una delle priorità aziendali secondo l’opinione del 92% degli intervistati, anche se per l’88% si tratta di costi molto elevati. Sul secondo punto il 96% degli intervistati italiani concorda invece sul fatto che l’utilizzo dei dati debba essere fatto in modo responsabile ed etico.

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Come vivere al meglio l’hybrid working

Come trovare un nuovo equilibrio tra il lavoro da remoto e quello in presenza? Che sia per due/tre giorni la settimana o meno, ciò che conta a livello organizzativo e personale è vivere al meglio questo nuovo contesto ibrido, promuovendo gli aspetti positivi di entrambe le modalità e prevenendo le difficoltà e i rischi che comportano.
Gli studi internazionali Cegos hanno quindi individuato 8 pratiche con relative competenze da sviluppare, adatte a manager e dipendenti. Si tratta di competenze individuali e collettive che ogni lavoratore e azienda dovrà coltivare, collaborando nella creazione di un ambiente di lavoro, che anche se hybrid, dovrà essere sempre più inclusivo e responsabile.
In dettaglio, le 8 pratiche sono ‘Working from anywhere. Crea la tua working area’, ‘Proximity. Resta connesso’, ‘Time management. Pianifica in anticipo le attività principali’, ‘Workload Management. Concentrati per gestire al meglio il lavoro’, ‘Positive thinking. Attiva un atteggiamento positivo’, ‘Become influencer. Fai crescere la tua area di influenza’, ‘Free Thinking. Potenzia la tua creatività’, e ‘Get fit. Mantieni in forma corpo e mente’.

Il nuovo approccio ibrido al lavoro

“L’hybrid working – commenta Silvia Martinelli, regional manager & international projects manager di Cegos Italia – sta diventando di uso comune, nonostante la tendenza rimanga orientata prevalentemente verso una modalità ‘remote-first’, anche a seguito della recente impennata di contagi. È evidente che questo nuovo approccio ‘ibrido’ – aggiunge Silvia Martinelli – sottolinea ancor più l’importanza del rispetto dell’equità e la salvaguardia della cultura aziendale”.

L’importanza di sviluppare competenze

Il Cegos observatory barometer 2021 ha rilevato l’incremento generalizzato dell’utilizzo della formazione online a seguito dell’emergenza sanitaria, e confermato che le competenze da padroneggiare in via prioritaria sono remote management, comunicazione digitale e capacità di adattamento. 
Lo sviluppo delle competenze è infatti la chiave per fronteggiare la trasformazione digitale secondo 9 responsabili delle risorse umane su 10. Allo stesso modo, il 94% dei dipendenti, sempre più sensibili e attenti dopo quasi due anni di pandemia, si dichiara pronto a seguire autonomamente percorsi formativi per adattarsi ai cambiamenti su ruoli e competenze. 

La formazione rappresenta un cambio di mindset considerevole

“Chi lavora da remoto – spiega Silvia Martinelli – qualora non correttamente supportato, corre il rischio di rimanere ai margini dell’organizzazione. Diventa cruciale, quindi, che qualsiasi modello applicato non venga lasciato all’improvvisazione e che tutti i dipendenti siano messi in condizione di procedere allineati verso un unico obiettivo, ne siano ispirati nelle loro azioni quotidiane e siano supportati in ogni aspetto delle attività. In questo scenario la formazione rappresenta un cambio di mindset considerevole: oggi apprendere è fondamentale non per mettere da parte nozioni che potrebbero servire in futuro ma, al contrario, per testarle e applicarle immediatamente”.

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I cambiamenti del mercato immobiliare italiano

Nell’ultimo anno sono molti gli italiani che hanno deciso di vendere la propria casa, in particolare nelle grandi città. La pandemia ha certamente introdotto, o accelerato, molti cambiamenti nelle scelte e nelle abitudini degli italiani, e ha avuto, e sta tuttora avendo, effetti e conseguenze anche sul settore immobiliare. Ma com’è cambiato il processo di vendita di una casa nel 2021? Per comprendere cosa è cambiato nel settore immobiliare in Italia e quali sono le tendenze che hanno caratterizzato l’anno appena concluso, BVA Doxa ha condotto una ricerca per Casavo, la piattaforma che ha digitalizzato le fasi del processo di compravendita immobiliare. 

Spostarsi in un’abitazione più consona alle nuove esigenze dettate dalla pandemia

Fra chi ha venduto una casa dopo la pandemia, la maggioranza l’ha fatto perché ha scelto di cambiare abitazione. Tra le motivazioni più frequenti, la scelta di spostarsi in un’abitazione più consona alle nuove esigenze emerse nel corso della pandemia è al primo posto, con il 36% delle risposte, seguita dalla ricerca di liquidità (29%), la messa in vendita delle case ereditate (24%), e dal desiderio di cambiare città o quartiere (21%).  In generale, l’esigenza di cambiare la propria abitazione per rispondere alle nuove necessità è comunque la motivazione più diffusa, se si considera che il 62% di chi ha venduto una casa ne ha contestualmente acquistata un’altra. 

Le tipologie di abitazione più vendute? Trilocali e bilocali

Le tipologie di casa più vendute o messe in vendita sono il trilocale (37%) e il bilocale (30%), ma si registrano anche eccezioni, come a Torino, Bologna e Firenze, dove la vendita di bilocali rimane sotto la media (23%).
La vendita riguarda per tre abitazioni su quattro appartamenti condominiali, seguiti da case indipendenti, monofamiliari o villette singole.    

Meglio usufruire della mediazione immobiliare

“L’esperienza vissuta negli ultimi 14 mesi ha modificato profondamente il modo in cui gli italiani vivono e percepiscono la casa, ed è infatti in forte crescita il numero di persone che vorrebbe cambiarla perché la considera non più adatta alle proprie necessità – afferma Andrea Tozzi, Senior Research Manager in BVA Doxa -. Non a caso, al primo posto fra le motivazioni di vendita abbiamo il desiderio di vivere in una casa maggiormente in linea con le proprie nuove esigenze abitative”.
La mediazione di un operatore immobiliare per la vendita della propria abitazione rimane comunque la scelta preferita dalla maggioranza degli italiani. Chi vende casa sceglie l’operatore immobiliare soprattutto per la visibilità che può garantire nel processo di vendita (40%), per la professionalità (36%) e per le attività di assistenza e consulenza (33%).

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