Lo spuntino degli italiani? Frutta, snack e cioccolato

Cosa scelgono gli italiani quando vogliono consumare uno spuntino? Frutta, snack e cioccolato. Lo rivela una ricerca effettuata da Natruly, startup spagnola del cibo salutare, che sbarcata in Italia a novembre 2021 ha realizzato una ricerca tra i consumatori italiani per capire come si muove il mercato in fatto di merende. Insomma, voglia di uno spuntino? “Sì, ma ai prodotti industriali in commercio, vorrei trovare alternative sane”: così hanno risposto al sondaggio il 52,94% degli italiani intervistati da Natruly. Di fatto dalla ricerca emerge il quadro di un Paese che ama gli spuntini tra i pasti: solo l’8,42% degli intervistati non sembra avere questa abitudine, mentre il 45% vi ricorre da 1 a 3 volte al giorno, soprattutto durante il pomeriggio. Il sondaggio evidenzia infatti che il momento migliore per uno spuntino è il pomeriggio.

Rallegrare la giornata con qualcosa di buono

Se gli intervistati cercano alternative sane ai prodotti industriali le ragioni che spingono gli italiani a spezzare la giornata mettendo qualcosa sotto i denti sono molteplici. Per il 39,6% si tratta di rallegrare la giornata con qualcosa di buono, per il 30,2% è un modo per fare una pausa dal lavoro, e il 37,3% considera lo spuntino un’abitudine sana. E ancora, se nel target italiano oggetto del sondaggio il 40% sceglie la frutta come spuntino, tra le opzioni preferite ci sono anche snack dolci industriali (39,11%), seguiti dal cioccolato (38,61%). La domanda “Cosa ti piace mangiare a merenda?” consentiva infatti di dare più di una risposta.

Sì agli snack industriali, l’importante è controllare l’etichetta 

Quando gli italiani comprano snack industriali per fare uno spuntino, però, controllano l’etichetta, soprattutto per verificare gli ingredienti (37,62%), le calorie o lo zucchero (32,67%), e gli additivi artificiali (28,22%).
“Qualunque sia la ragione che spinge a scegliere la merenda, resta il problema che l’industria alimentare propone spuntini golosi, ricchi di zucchero spesso composti da ingredienti artificiali, di solito molto calorici e poco sazianti, tanto da stimolare a un consumo eccessivo – spiega Niklas Gustafson, fondatore di Natruly insieme a Octavio Laguía -.  Alla base dell’alimentazione bilanciata, invece, ci sono ingredienti sani e corrette abitudini”.

Identikit del campione

I partecipanti al sondaggio di Natruly sono per il 37,62% uomini e il 62,38% donne. Il 38,62 è residente al Nord, il 22,77% al Centro, la stessa percentuale al Sud, e il 15,84% nelle isole. Quanto al titolo di studio, il 53,5% ha un diploma di maturità, e per lo più si tratta di laureati o diplomati. Inoltre, il 31,82% fa parte di un nucleo familiare di 4 persone, e il 69,8% si occupa degli acquisti in famiglia.

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Shopping online: italiani propensi a comprare sempre più sul web 

I consumatori italiani fanno i loro acquisti sul web. Nel corso del 2021 9 utenti attivi di Internet su 10 hanno effettuato almeno un acquisto online, e più della metà (52%) ritiene che farà la maggior parte dei propri acquisti online già nel 2022. Un dato che posiziona i consumatori italiani al pari dei consumatori di altri Paesi che nel 2022 effettueranno acquisti soprattutto online, come Regno Unito (57%) e Svezia (52%). Ma che li posiziona anche davanti a Paesi come Stati Uniti (43%), Germania (42%), Finlandia (36%), Norvegia (33%) e Austria (32%).
Insomma, in Italia le abitudini di acquisto stanno diventando sempre più digitali. E per l’anno in corso la maggior parte degli abitanti del nostro Paese sembra intenzionata ad acquistare soprattutto online.

Il 33% acquista online ogni settimana, ma si preferiscono ancora i negozi fisici

Si tratta di alcune evidenze emerse da uno studio commissionato da Klarna, società globale nei servizi di pagamento, bancari e di shopping, che ha coinvolto 16.000 consumatori in 11 Paesi, di cui oltre 1.000 in Italia. Dallo studio risulta poi che il 33% dei consumatori online italiani effettua già acquisti digitali su base settimanale. Tuttavia, permane la preferenza per i negozi fisici, che in Italia rimane più alta rispetto ad altri Paesi, come Regno Unito, Paesi Bassi e Germania.
Questo suggerisce che i retailer online italiani hanno ancora un margine di miglioramento.

Come soddisfare le richieste in evoluzione dei clienti?

Dalla ricerca Klarna emerge inoltre come il 76% degli italiani ritenga che i brand debbano investire in nuove tecnologie per soddisfare le richieste, sempre in evoluzione, dei propri clienti. Ma quali sono gli aspetti da ‘correggere’ nell’esperienza di acquisto digitale? Secondo i risultati della ricerca sono soprattutto la logistica, i resi e i pagamenti a essere percepiti dai consumatori come punti deboli dello shopping online. Il 79% degli intervistati pensa infatti che i retailer debbano migliorare i processi di restituzione, mentre  il 74% è alla ricerca di metodi di pagamento più semplici.

Attesa del rimborso: un limite da superare

A più di un consumatore su 4 (23%), riferisce Italpress, è capitato di dover aspettare un rimborso per oltre 7 giorni, mentre a 3 consumatori su 10 (31%) per più di 3 giorni. Non sorprende, quindi, che 8 italiani su 10 (78%) a volte evitino di acquistare online se non sono certi di voler tenere la merce.
Si tratta comunque di un limite che è possibile superare. Tanto che il 75% degli italiani sarebbe più propenso ad acquistare online se avesse la possibilità di pagare l’intero importo solo dopo aver ricevuto la merce.

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Consigli per arredare un  salone da parrucchiere

Quando si parla di “salone da parrucchiere”, ma anche “centro estetico” o “centro per la manicure” immaginiamo luoghi piacevoli, belli e confortevoli in cui trascorrere del tempo.

Riuscite a immaginare la delusione dei clienti quando arrivano in un’attività e la trovano sporca, con odori poco gradevoli, disordine e capelli ovunque? Senza dubbio, saranno clienti che non torneranno.

L’importanza degli arredi

Da sempre, la decorazione è un fattore importante per determinare l’esclusività di un’attività, sia che si tratti di hotel, ristoranti, uffici e, naturalmente, centri estetici.

Ad oggi ciò non è cambiato, un scelta di arredi buona o cattiva la dice lunga sulla tua attività. Ora, se in questo momento potessi misurare la qualità dei mobili della tua attività da 1 a 10, che voto le daresti?

Di solito le persone hanno il budget come principale ostacolo, ma possiamo dirti che ci sono idee molto geniali che non richiedono poi così tanti investimenti.

In ogni caso tieni presente che questo tipo di spesa si recupera nel breve termine, perché se i tuoi clienti sono contenti della tua attività, favorirai la fidelizzazione e l’acquisizione di nuovi utenti.

Come scegliere gli arredi?

La prima domanda che devi porti è: come arredare un salone da parrucchiere?  Questo dipende da te e dai tuoi clienti.

Da te, perché il parrucchiere deve trasmettere la sua essenza ed il suo stile, e dai tuoi clienti, perché la decorazione e l’arredamento dipendono dai servizi che offri, dai prezzi, dall’età dei tuoi clienti, dall’ubicazione dei locali, etc.

In questo modo, l’arredamento di un parrucchiere per giovanissimi non sarà lo stesso di quello di un parrucchiere per donne tra i 30 e i 45 anni, così come non sarà lo stesso di quello di una giovane imprenditrice nella location più “in” della città, perché sicuramente lì i servizi saranno più cari e gli investimenti in arredi saranno maggiori.

Mobili e forniture per parrucchieri

Le nuove tendenze riguardo i mobili per parrucchieri fanno registrare delle novità rispetto gli standard tradizionali cui siamo abituati per qualcosa di più audace. Sembra infatti che il tradizionale abbia già annoiato i clienti.

Ecco di seguito un insieme di idee molto complete per la tua attività. Speriamo tu possa trovarle molto utili.

  • Sedie da parrucchiere: le sedie da parrucchiere dovrebbero adattarsi allo stile dell’intero locale: cioè se l’intera stanza ha i colori blu e metti alcune sedie rosse, vedrai che la combinazione è schiacciante (a meno che questo non sia intenzionalmente il tuo stile). In generale, cerca di trovare una corrispondenza tra le sedie e il colore degli altri mobili e pareti.
  • Lavabo da parrucchiere: a volte non prestiamo molta attenzione ai lavateste, tuttavia questi sono molto importanti. Non c’è niente di peggio di un lavaggio della testa scomodo, del tipo che crea fastidio al collo. Investi invece in lavatesta buoni e comodi quando dovrai considerare i servizi di forniture per parrucchieri.
  • Spazio per l’accoglienza: il ricevimento è il biglietto da visita del tuo salone da parrucchiere e, come tutto il resto, la prima impressione è fondamentale per conquistare qualcuno, soprattutto se si tratta di clienti.

Come regola generale, ricorda che anche se il tuo salone è piccolo, esistono idee favolose che non richiedono particolari spazi ma che conferiscono tanto stile all’ambiente.

Altre idee interessanti

Se la stanza è piccola, invece di cassetti o mobili per riporre forniture e strumenti, usa gli scaffali. E poiché anche i piccoli dettagli contano, ci sono alcuni oggetti che non puoi non considerare.

Ad esempio gli strumenti tecnologici e le riviste per rendere più piacevoli i tempi di attesa, e la decorazione in generale come ad esempio vasi, quadri, lampade e altro.

Raccomandazioni finali

Scegli mobili facili da pulire, resistenti, funzionali e confortevoli. Lascia che facciano trasparire il tuo stile.

Inoltre prima di acquistare qualsiasi mobile, tieni sempre a mente i tuoi clienti, le loro caratteristiche e, naturalmente, la tua essenza. Questo ti porterà ad acquistare elementi non solo estetici ma anche molto pratici e funzionali.

Ricorda, un arredamento adeguato è un ottimo modo per attirare i clienti e fidelizzare quelli esistenti!

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Imprese a livello globale, la privacy è una condizione essenziale

Ha coinvolto più di 4.900 professionisti provenienti da 27 Paesi la quinta edizione del Data Privacy Benchmark Study 2022 by Cisco, il report annuale dedicato alle pratiche sulla privacy adottate dalle aziende. E gli intervistati sono pressoché tutti concordi (il 90%, per la precisione) nel ritenere la privacy è un elemento fondamentale del business.

Focus sull’Italia

In merito al contesto italiano,  il 93% degli intervistati non si sente sicuro ad acquistare beni e servizi da un’azienda che non sa proteggere i suoi dati in modo adeguato, mentre l’85% sottolinea, all’interno del processo di acquisto, l’importanza delle certificazioni sulla privacy fornite da enti esterni. Sempre in Italia inoltre, il 97% dei professionisti ha dichiarato che la privacy è ormai parte integrante della loro cultura, con un buon 94% che confessa addirittura di riferire con regolarità una o più metriche sulla privacy ai loro consigli di amministrazione. Le aziende, dal canto loro, continuano a investire in questo settore stimando un ritorno mediamente del doppio rispetto all’investimento iniziale (1,8 in più). Il ritorno sull’investimento (ROI) della privacy è infatti in crescita per il terzo anno consecutivo, con maggiori benefici per le aziende di piccole e medie dimensioni. Più del 60% ritiene che la privacy aggiunga un grande valore alle aziende, permette di ridurre i ritardi nelle vendite, di mitigare l’impatto dovuto dalle violazioni dei dati, di abilitare il processo di innovazione, di operare con maggiore efficenza, di consolidare la fiducia dei clienti e di attirare nuovi clienti.

Favorevoli all’introduzione della legislazione sulla privacy

Come precisa il Data Privacy Benchmark Study 2022, la legislazione sulla privacy è stata accolta in maniera positiva dall’83% degli intervistati di tutti i 27 Paesi coinvolti, anche se il rispetto di queste leggi spesso comporta sforzi e costi significativi: catalogare i dati, mantenere le registrazioni delle attività di elaborazione, implementare i controlli e rispondere alle richieste degli utenti, tanto per fare qualche esempio.

La questione della protezione dei dati

Resta per ultimo il problema della protezione dei dati e del loro utilizzo. Sul primo punto Governi e aziende stanno cominciando ad impostare i requisiti di localizzazione dei dati stessi, una delle priorità aziendali secondo l’opinione del 92% degli intervistati, anche se per l’88% si tratta di costi molto elevati. Sul secondo punto il 96% degli intervistati italiani concorda invece sul fatto che l’utilizzo dei dati debba essere fatto in modo responsabile ed etico.

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Come vivere al meglio l’hybrid working

Come trovare un nuovo equilibrio tra il lavoro da remoto e quello in presenza? Che sia per due/tre giorni la settimana o meno, ciò che conta a livello organizzativo e personale è vivere al meglio questo nuovo contesto ibrido, promuovendo gli aspetti positivi di entrambe le modalità e prevenendo le difficoltà e i rischi che comportano.
Gli studi internazionali Cegos hanno quindi individuato 8 pratiche con relative competenze da sviluppare, adatte a manager e dipendenti. Si tratta di competenze individuali e collettive che ogni lavoratore e azienda dovrà coltivare, collaborando nella creazione di un ambiente di lavoro, che anche se hybrid, dovrà essere sempre più inclusivo e responsabile.
In dettaglio, le 8 pratiche sono ‘Working from anywhere. Crea la tua working area’, ‘Proximity. Resta connesso’, ‘Time management. Pianifica in anticipo le attività principali’, ‘Workload Management. Concentrati per gestire al meglio il lavoro’, ‘Positive thinking. Attiva un atteggiamento positivo’, ‘Become influencer. Fai crescere la tua area di influenza’, ‘Free Thinking. Potenzia la tua creatività’, e ‘Get fit. Mantieni in forma corpo e mente’.

Il nuovo approccio ibrido al lavoro

“L’hybrid working – commenta Silvia Martinelli, regional manager & international projects manager di Cegos Italia – sta diventando di uso comune, nonostante la tendenza rimanga orientata prevalentemente verso una modalità ‘remote-first’, anche a seguito della recente impennata di contagi. È evidente che questo nuovo approccio ‘ibrido’ – aggiunge Silvia Martinelli – sottolinea ancor più l’importanza del rispetto dell’equità e la salvaguardia della cultura aziendale”.

L’importanza di sviluppare competenze

Il Cegos observatory barometer 2021 ha rilevato l’incremento generalizzato dell’utilizzo della formazione online a seguito dell’emergenza sanitaria, e confermato che le competenze da padroneggiare in via prioritaria sono remote management, comunicazione digitale e capacità di adattamento. 
Lo sviluppo delle competenze è infatti la chiave per fronteggiare la trasformazione digitale secondo 9 responsabili delle risorse umane su 10. Allo stesso modo, il 94% dei dipendenti, sempre più sensibili e attenti dopo quasi due anni di pandemia, si dichiara pronto a seguire autonomamente percorsi formativi per adattarsi ai cambiamenti su ruoli e competenze. 

La formazione rappresenta un cambio di mindset considerevole

“Chi lavora da remoto – spiega Silvia Martinelli – qualora non correttamente supportato, corre il rischio di rimanere ai margini dell’organizzazione. Diventa cruciale, quindi, che qualsiasi modello applicato non venga lasciato all’improvvisazione e che tutti i dipendenti siano messi in condizione di procedere allineati verso un unico obiettivo, ne siano ispirati nelle loro azioni quotidiane e siano supportati in ogni aspetto delle attività. In questo scenario la formazione rappresenta un cambio di mindset considerevole: oggi apprendere è fondamentale non per mettere da parte nozioni che potrebbero servire in futuro ma, al contrario, per testarle e applicarle immediatamente”.

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I cambiamenti del mercato immobiliare italiano

Nell’ultimo anno sono molti gli italiani che hanno deciso di vendere la propria casa, in particolare nelle grandi città. La pandemia ha certamente introdotto, o accelerato, molti cambiamenti nelle scelte e nelle abitudini degli italiani, e ha avuto, e sta tuttora avendo, effetti e conseguenze anche sul settore immobiliare. Ma com’è cambiato il processo di vendita di una casa nel 2021? Per comprendere cosa è cambiato nel settore immobiliare in Italia e quali sono le tendenze che hanno caratterizzato l’anno appena concluso, BVA Doxa ha condotto una ricerca per Casavo, la piattaforma che ha digitalizzato le fasi del processo di compravendita immobiliare. 

Spostarsi in un’abitazione più consona alle nuove esigenze dettate dalla pandemia

Fra chi ha venduto una casa dopo la pandemia, la maggioranza l’ha fatto perché ha scelto di cambiare abitazione. Tra le motivazioni più frequenti, la scelta di spostarsi in un’abitazione più consona alle nuove esigenze emerse nel corso della pandemia è al primo posto, con il 36% delle risposte, seguita dalla ricerca di liquidità (29%), la messa in vendita delle case ereditate (24%), e dal desiderio di cambiare città o quartiere (21%).  In generale, l’esigenza di cambiare la propria abitazione per rispondere alle nuove necessità è comunque la motivazione più diffusa, se si considera che il 62% di chi ha venduto una casa ne ha contestualmente acquistata un’altra. 

Le tipologie di abitazione più vendute? Trilocali e bilocali

Le tipologie di casa più vendute o messe in vendita sono il trilocale (37%) e il bilocale (30%), ma si registrano anche eccezioni, come a Torino, Bologna e Firenze, dove la vendita di bilocali rimane sotto la media (23%).
La vendita riguarda per tre abitazioni su quattro appartamenti condominiali, seguiti da case indipendenti, monofamiliari o villette singole.    

Meglio usufruire della mediazione immobiliare

“L’esperienza vissuta negli ultimi 14 mesi ha modificato profondamente il modo in cui gli italiani vivono e percepiscono la casa, ed è infatti in forte crescita il numero di persone che vorrebbe cambiarla perché la considera non più adatta alle proprie necessità – afferma Andrea Tozzi, Senior Research Manager in BVA Doxa -. Non a caso, al primo posto fra le motivazioni di vendita abbiamo il desiderio di vivere in una casa maggiormente in linea con le proprie nuove esigenze abitative”.
La mediazione di un operatore immobiliare per la vendita della propria abitazione rimane comunque la scelta preferita dalla maggioranza degli italiani. Chi vende casa sceglie l’operatore immobiliare soprattutto per la visibilità che può garantire nel processo di vendita (40%), per la professionalità (36%) e per le attività di assistenza e consulenza (33%).

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Cambia l’esame della patente e diventa ‘mini’

L’esame per ottenere la patente di guida diventa ‘mini’. Da lunedì 20 dicembre il numero dei quiz di teoria diminuisce e passa da 40 a 30, ma il tempo a disposizione per completare la prova si riduce da 30 a 20 minuti. Con la riduzione delle domande scende poi anche il numero di errori consentiti, che non sono più 4, ma al massimo 3: con il quarto quindi scatta la bocciatura. La nuova versione della prova di teoria è prevista dal decreto del Ministero delle Infrastrutture e mobilità sostenibili del 27 ottobre 2021, pubblicato nella Gazzetta Ufficiale del 9 dicembre, cui ha fatto seguito la circolare della Direzione Generale della Motorizzazione che ha stabilito la data di entrata in vigore con il 20 dicembre 2021.

Conferma per la modalità di esecuzione informatizzata 

Chi pensava di cavarsela meglio con il nuovo esame per la patente non deve farsi ingannare dalla parola ‘mini’, perché essere promossi potrebbe risultare più complicato. Le modalità di esecuzione della prova però non cambiano, e restano informatizzate, e viene confermato anche il metodo casuale di estrazione delle proposizioni per la composizione della scheda da sottoporre a chi fa l’esame. I candidati dovranno rispondere vero o falso alle varie domande.

L’esame di teoria è sempre il vero scoglio da superare

Nel percorso per ottenere la patente, l’esame di teoria si conferma come il vero scoglio da superare. Nel 2020, 424.752 cittadini hanno superato la prova di guida, e ottenuto la patente B, pari all’87,8% di tutte le persone che hanno sostenuto i quiz. Ma la guida è solo la fase finale del test. Prima bisogna infatti superare proprio i quiz di teoria, dove il dato degli idonei si ferma al 70,2%. Poco meno di un terzo di chi prova l’esame non riesce infatti a superarlo (29,8%).
Tra le regioni, la percentuale più alta di bocciati alla teoria si registra nel Lazio (36,3%), seguito da Liguria (31,1%) e Campania (31%). Il dato migliora leggermente in Emilia Romagna (27%) e Veneto (27,6%), riferisce Ansa. 

La modifica non interessa le patenti C, D e AM, ma solo A e B

La modifica non interessa le patenti C, D e AM, quest’ultima per guidare i ciclomotori, e gli esami che subiscono il ridimensionamento sono solo quelli che riguardano le patenti A1, A2, A, B1, B e BE. La riforma del Codice della Strada, dello scorso 10 novembre, ha prolungato però la validità del foglio rosa, passato da 6 mesi a un anno. Questa agevolazione consente a coloro che devono effettuare l’esame di guida di poter ripetere la prova pratica per ben tre volte (prima erano due). Tra le novità, anche la deroga sul limite di potenza delle auto utilizzate, da rispettare durante i primi 12 mesi in cui si è conseguita la patente B.
È infatti consentito ai conducenti freschi di patente di guidare un’auto di qualsiasi potenza, ma solo se accompagnati da una persona in possesso della stessa tipologia di patente da più di 10 anni e di età non superiore a 65 anni.

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Cosa fare se l’acqua sa di cloro?

Se pensi che la tua acqua odori e sappia di cloro, potrebbe non essere una tua semplice impressione ma potresti avere ragione.

Il cloro è infatti un disinfettante usato per trattare l’acqua che viene gestita dalle società pubbliche e proteggerla dai batteri mentre arriva a casa tua.

Tali enti sono tenuti a rimuovere tutti gli inquinanti nocivi e a mantenere sempre alta la sua qualità e salubrità, ma nonostante questo nessuno vuole bere acqua che viene trattata con troppo cloro e che ricorda da vicino quella della piscina per il troppo odore.

Sebbene il cloro sia molto importante per proteggere l’acqua dalla contaminazione, il suo odore e sapore può essere poco gradevole per molte persone e può inoltre causare alcuni problemi all’interno di casa.

Quali sono gli effetti negativi del cloro sul nostro corpo?

•          Rimuove gli oli naturali di cui il corpo ha bisogno, facendo irritare la pelle e i capelli.

•          Il cloro accelera il processo di invecchiamento, simile a un’eccessiva esposizione al sole.

•          Il cattivo gusto rovina l’acqua potabile e gli alimenti che richiedono la bollitura.

•          Il forte odore rende fastidiosa la respirazione durante docce e bagni.

Come posso correggere il sapore del cloro nella mia acqua?

Fortunatamente, il cloro è abbastanza facile da rimuovere. Se questo è l’unico problema che riscontri con l’acqua del rubinetto, sarà sufficiente far installare un apposito depuratore d’acqua il cui filtro renderà immediatamente più dolce la tua acqua, eliminando l’odore ed il sapore del cloro. Il carbonio presente nel filtro assorbirà infatti le sostanze chimiche per alleviare questo problema.

Circa il 90% delle persone ha proprio questo tipo di problema in casa, ovvero quello dell’acqua troppo “dura” e ricca di cloro, un minerale che le società che gestiscono l’acqua pubblica adoperano largamente. Minerali come il cloro ed il calcio non comportano particolari rischi per la salute, quindi tali società sono comunque tenute a farne utilizzo.

In breve, se il tuo problema è proprio quello delle eccessiva durezza dell’acqua legata alla presenza di cloro, un depuratore fa per te!

Come funziona un depuratore d’acqua?

I filtri che fanno parte del miglior depuratore acqua hanno un foro di passaggio e sono realizzati in carbone attivo. Essi sfruttano la microfiltrazione, grazie alla quale è possibile rimuovere le sostanze nocive fino a 0,1 micron, ed il carbone attivo, che è specifico per eliminare il cloro ma anche eventuale cattivi odori o sapori nell’acqua migliorandone il gusto e facendo in modo che questa diventi anche più leggera da digerire.

Già semplicemente grazie al filtro in carbone attivo è possibile eliminare il cattivo gusto dall’acqua ed il sapore tipico del cloro, così come il suo tipico odore che può sembrare fastidioso a tante persone.

Ci sono altri vantaggi nell’utilizzare un depuratore?

Sicuramente ci sono una serie di ulteriori vantaggi nel decidere di adoperare un depuratore d’acqua in casa. Consideriamo intanto che non sarà più necessario dover trasportare le pesanti bottiglie dal supermercato fino a casa: già questo è un vantaggio non indifferente soprattutto per quelle persone che sono più in là con l’età e desiderano trovare una soluzione più comoda.

Vi è inoltre un risvolto assolutamente positivo anche per quel che riguarda l’ambiente: non comprare più le bottiglie dal supermercato, ma prendere l’acqua da bere direttamente dal rubinetto, significa non produrre più nuova plastica da liberare nell’ambiente con notevoli benefici per il mare e tutto il pianeta in genere.

Da considerare infine, un notevole risparmio economico: il prezzo al litro dell’acqua del rubinetto costa circa 50 volte meno rispetto quella della bottiglia.

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Studiare matematica e fisica favorisce il pensiero algoritmico dei ragazzi?

Uno studio pubblicato sulla rivista internazionale Journal of Complex Networks (Oxford University Press) ha quantificato l’abilità dei maturandi di pensare in termini di dati, modelli e simulazioni sul mondo che li circonda. E i risultati evidenziano nuove sfide per la scuola del futuro. Gli studenti di oggi saranno i lavoratori del futuro, e il mercato futuro richiederà infatti competenze sempre più legate all’informatica e al mondo dei big data, ambiti ora più che mai alla ribalta anche per la situazione pandemica globale. I dati quindi sono e saranno una risorsa fondamentale, e saperli gestire una competenza molto richiesta dal mercato del lavoro. Che gli studenti italiani sappiano “contare” si sa, ma come se la cavano con il pensiero algoritmico?

Mancano alcuni ‘tasselli’ nella mente dei giovani studenti

La ricerca, svolta in collaborazione con la New York Hall of Science e la HSE University, evidenzia alcune criticità nel modo di percepire i dati e gli algoritmi da parte degli studenti italiani esposti a programmi didattici intensivi di matematica, fisica e scienze della vita. Confrontando il modo di pensare di oltre 200 tra studenti di scuola superiore e ricercatori internazionali in data science, lo studio ha evidenziato alcuni ‘tasselli’ mancanti nella mente dei giovani studenti, soprattutto nell’ambito del cosiddetto pensiero algoritmico.

Serve una forma mentis adatta a identificare metodi per estrarre informazioni

“Il pensiero algoritmico è l’abilità di ragionare sul mondo in termini di dati, modelli e predizioni – spiega il dottor Massimo Stella, professore di Data Science alla University of Exeter (UK) e primo autore dello studio -. Non si tratta di possedere competenze, come saper risolvere integrali e derivate, ma piuttosto di possedere una forma mentis adatta a identificare metodi per estrarre informazioni, come il coding, le simulazioni o i modelli”.

I concetti di ‘modello’ o ‘simulazione’

Più in particolare, la ricerca ha evidenziato come gli studenti siano inconsapevoli del pensiero algoritmico e inquadrino concetti come ‘modello’ o ‘simulazione’ come eventi legati a persone o alla moda. Al contrario, i ricercatori hanno legato tali concetti a modi di ottenere nuove conoscenze sul mondo, come nei sistemi quali il meteo, i social media o i mercati finanziari. Tutti sistemi di chiaro impatto per il lavoro di domani. La scuola del futuro deve affrontare un’ulteriore sfida per essere portatrice di innovazione: usando la forma mentis dei ricercatori come fonte d’ispirazione, agli studenti dovrebbero essere fornite non solo competenze, ma anche strumenti di pensiero, proprio come quello algoritmico.

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Shopping natalizio: strategie dei marketer e comportamenti dei consumatori

Quest’anno un italiano su 4 prevede di investire meno per gli acquisti natalizi ma emerge un cauto ottimismo. Il 66% degli italiani dichiara infatti che la spesa sarà in linea con l’anno scorso, e la spesa media sarà di 242 euro. Da quanto emerge da una ricerca sul Natale 2021 di Yahoo, e realizzata da YouGov, per guadagnarsi l’attenzione dei consumatori è fondamentale che i marketer utilizzino progetti basati su un marketing mix di formati, canali e creatività. Nel periodo che precede il Natale, dove tradizionalmente si concentra la maggior parte degli acquisti, i marketer dovranno quindi considerare cinque fattori principali: finanziario, programmazione degli acquisti, rispetto dei valori dei consumatori, comprensione dei comportamenti e delle motivazioni legati agli acquisti, e modalità per catturare l’attenzione dei consumatori.

Puntare sul Black Friday e i pagamenti alternativi

Il 41% del campione pianifica la ricerca dei regali prima di dicembre, soprattutto i giovani tra 25-34 anni. Ed è novembre il periodo di picco degli acquisti, in particolare nel weekend del Black Friday, soprattutto tra i 16-34enni (45%), ma c’è anche un 20% del campione preoccupato della potenziale diminuzione della disponibilità di merce dovuta ai problemi di rifornimento e logistica globali. In ogni caso, i pagamenti alternativi, soprattutto la formula ‘compra ora e paga dopo’ (Buy Now, Pay Later, BNPL), sono quelli che interessano di più, tanto che il 28% ha già utilizzato questo tipo di servizio.

Avvicinarsi agli interessi sostenibili degli italiani

Mettere in risalto il proprio impegno verso la Corporate Social Responsibility, studiare nuovi packaging, mostrare più interesse verso il riutilizzo dei prodotti: così i brand si avvicinano di più agli interessi dei consumatori. Che nell’82% dei casi sono più predisposti a comprare alimenti e merci prodotte localmente (85% negli oltre 55enni). Nei prossimi 12 mesi il 43% dei 16-34enni acquisterà più prodotti di seconda mano e adotterà soluzioni di noleggio piuttosto che di acquisto. Infatti, in questa fascia di consumatori il 53% preferisce regalare ‘esperienze’ invece di prodotti. Se le donne sono più predisposte alle tematiche legate alla sostenibilità della distribuzione, l’85% dei consumatori è consapevole dei problemi legati allo smaltimento delle confezioni, e preferisce soluzioni realizzate in materiali biodegradabili, sostenibili o riciclabili.

Utilizzare un approccio omnicanale

Insomma, i brand devono dimostrare di aver compreso le modalità in cui stanno evolvendo le abitudini di consumo e le preferenze dei cittadini. È quindi necessario essere versatili, e puntare non solo sui benefici dell’acquisto online ma anche sui negozi tradizionali. Per catturare l’attenzione dei consumatori occorre quindi utilizzare un approccio omnicanale. L’85% del campione farà infatti alcuni acquisti natalizi in questi ultimi, ma il 47% dei consumatori vuole mantenere un approccio ibrido, valutando di volta in volta i benefici di un canale rispetto all’altro. La Gen Z, poi, si aspetta di più dalla shopping experience, e nel 32% dei casi andare a fare shopping equivale a un’esperienza sociale da condividere con gli amici o con la famiglia.

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