RC auto, i premi aumentano del 5%. Come risparmiare?

Oltre ai costi sempre più onerosi del carburante, l’altra spesa che incide sulle tasche degli automobilisti è quella della polizza RC auto. Secondo l’Osservatorio RC Auto di Facile.it a febbraio 2022 per assicurare un veicolo a quattro ruote occorrevano, in media, 447,91 euro, il 4,9% in più rispetto a gennaio. Sebbene quindi i premi siano ancora inferiori rispetto a un anno fa (a febbraio 2021 l’importo medio era 464,09 euro), a febbraio 2022 si è assistito a un leggero aumento delle tariffe.
Non sapendo se questo lieve rialzo rappresenti l’inizio di un trend di lungo periodo, Facile.it propone cinque consigli per risparmiare sull’RC auto.

Quali coperture aggiuntive scegliere?

Innanzitutto, confrontare le proposte disponibili sul mercato: le assicurazioni non sono tutte uguali e nemmeno gli automobilisti. Uno stesso nucleo familiare, ad esempio, potrebbe trovare conveniente fare la polizza assicurativa con compagnie diverse se possiede più veicoli.
Inoltre, è bene scegliere con attenzione le coperture aggiuntive, molto utili, ma anche in questo caso vanno scelte con cura. Assicurare contro il furto un veicolo vecchio potrebbe infatti non avere alcun senso. Da qualche tempo poi è entrata in vigore la cosiddetta RC familiare, che consente non solo di ereditare la classe di merito da un familiare convivente, ma anche di trasferire i benefici della classe di merito da una moto a un’auto e viceversa. Un importante risparmio per chi sottoscrive una nuova polizza, o per un neopatentato.

Chi guida veramente?

Se cercare di risparmiare è legittimo lo è altrettanto non rinunciare a caratteristiche importanti della polizza, che se sottoscritte, porterebbero a gravi problemi in caso di sinistro.
Se non siamo gli unici a guidare il mezzo meglio non sottoscrivere una polizza che preveda la guida esclusiva. Di contro, se davvero siamo e saremo gli unici alla guida, questa opzione può ridurre il premio in modo importante. Ma se al momento del sinistro non saremo alla guida dovremo rifondere il danno alla controparte. Se, invece, al volante potrebbe esserci qualche familiare con meno di 26 anni meglio non sottoscrivere una polizza con la sola guida esperta. 

La tecnologia aiuta

Oggi sono sempre più gli italiani che accettano di installare sul proprio veicolo un apparecchio che registri i dati di guida (la scatola nera) a fronte di una diminuzione del premio da pagare.
Ovviamente, in caso di sinistro, saranno i dati registrati dalla scatola nera a far fede, e sarà inutile, ad esempio, giurare di non aver superato i limiti di velocità se lo si è fatto. Meno diffuso, ma altrettanto utile, è il cosiddetto alcool lock, ovvero uno strumento che rileva il tasso alcolemico del guidatore, e nel caso in cui il tasso sia troppo elevato, impedisce l’accensione del veicolo. Installare questo strumento potrebbe far diminuire il premio RC auto, e salvare molte vite.

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Le professioni più richieste dopo la pandemia

A influenzare il mercato del lavoro nell’ultimo periodo è stata soprattutto la pandemia, che ha avuto anche il ruolo di volano nell’accelerare il processo di digitalizzazione. Ma quali saranno le professioni più richieste dopo il Covid-19? Partendo dall’osservazione diretta del mercato del lavoro e dalle richieste interne al proprio network, Carola Adami, fondatrice di Adami & Associati, ha individuato sei figure che continueranno a essere centrali nei prossimi mesi.

 “Quello che ci aspetta nel 2022 e negli anni a venire è un mercato dominato dalla ricerca di professionisti iper-qualificati, dalle competenze molto verticali – spiega Adami -. Nuovi fattori come l’Intelligenza artificiale e l’automazione a livello industriale continueranno a generare a livello internazionale milioni di nuovi posti di lavoro, andando però parallelamente a rendere obsolete diverse professioni”.

Infermieri qualificati e medici

“Guardando a breve termine – aggiunge Carola Adami – gli effetti della pandemia continueranno a incrementare la richiesta di professionisti nel campo della sanità, nonché di lavoratori qualificati nel campo della logistica e del commercio online”.

L’emergenza sanitaria ha sottolineato una carenza di personale negli ospedali, e le strutture anche nel 2022 continueranno a immettere nuovi specialisti. A partire dal marzo 2020 infatti la ricerca di infermieri qualificati è stata ininterrottamente molto sostenuta, così come peraltro è avvenuto per i medici. 

Responsabile logistica, tecnico di laboratorio, software engineer

Un’altra figura professionale richiesta nel dopo-Covid è il responsabile logistica. Le aziende sono sempre più attente alla soddisfazione del consumatore, e hanno capito che proprio la logistica rappresenta lo step finale per migliorare il livello di apprezzamento da parte del cliente. Lo stesso discorso fatto per gli infermieri può essere fatto per i tecnici di laboratorio, un’altra figura in forte crescita fin dalla primavera del 2020, e tutt’ora centrale nel mercato del lavoro. Inoltre, su LinkedIn sono quotidianamente tantissimi gli annunci per i software engineer, gli ingegneri del software, e quindi per gli esperti che si occupano della progettazione, dello sviluppo nonché dell’aggiornamento di prodotti software.

Data scientist, assicuratori, responsabile vendite

Con la crescita dell’importanza dei Big Data e della loro analisi sono aumentate in parallelo le ricerche di data scientist, un trend iniziato in realtà ancora prima dell’emergenza sanitaria.

Anche questo aumento di ricerche per gli assicuratori è strettamente legato alla pandemia. È infatti incrementato l’interesse nei confronti di soluzioni come le polizze sulla vita e sulla salute, portando a una maggiore richiesta di assicuratori, risk manager e via dicendo. Quanto al responsabile vendite, le aziende che desiderano aumentare le vendite si affidano a un nuovo responsabile, in grado di coordinare al meglio il team addetto alla vendita. Non di rado per adattare la politica di vendita ai nuovi tempi si è assistito a un cambio di marcia proprio nel periodo post-Covid,.

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Le Pmi non sono pronte per la trasformazione digitale

Secondo uno studio effettuato da Digital Innovation, l’azienda italiana che opera da anni nel settore dell’Office Automation, dell’Information Technology e Digital Solution, il 65% delle aziende italiane intervistate archivia i documenti in semplici cartelle sul proprio computer. Ma questo modo di organizzare i file, con le cartelle che riempiono il computer, influenza in qualche modo la produttività, e aumenta il tempo che si impiega a portare a termine i progetti. Inoltre, non tiene conto della sicurezza e della protezione dei dati. Si parla spesso di Industria 4.0, di digitalizzazione e innovazione della PA e delle aziende, ma di fatto la maggior parte delle Piccole e medie imprese italiane non è pronta alla trasformazione digitale. Proprio a partire dalla gestione dei documenti, che in alcuni casi viene gestita addirittura ancora manualmente, con la documentazione in formato cartaceo.

Il 5% delle Pmi archivia i documenti ancora in maniera cartacea

Al contrario, il processo di archiviazione digitale potrebbe guidare le aziende verso la trasformazione digitale, e al contempo offre alle imprese diversi vantaggi. Circa il 30% delle Piccole e medie imprese intervistate da Digital Innovation ha affermato, inoltre, che al momento non sono interessate a cambiare il loro modo di lavorare, e che un aggiornamento in termini di archiviazione documentale non gli interessa. Il restante 5% invece ha risposto che archivia i documenti ancora in maniera cartacea, poiché in ufficio dispone di spazi molto grandi e di personale per poter gestire l’archivio.

L’archiviazione digitale semplifica e automatizza i flussi di lavoro documentali

Eppure l’archiviazione di documenti in formato cartaceo diventa sempre più dispendiosa in termini di produttività, a causa della difficoltà di ricerca e condivisione delle informazioni raccolte nei documenti stessi. Il processo di archiviazione digitale, al contrario, può guidare le aziende verso la trasformazione digitale e offre diversi vantaggi. Innanzitutto in termini di rapidità, perché semplifica e automatizza i flussi di lavoro documentali. Un altro vantaggio è rappresentato da una più semplice condivisione dei documenti stessi, perché l’archiviazione digitale permette di accedere ai dati ovunque e in qualunque formato.

I vantaggi dell’archivio digitale? Rapidità, condivisione, risparmio e sicurezza

Oltre a rapidità e condivisione, secondo Digital Innovation l’archiviazione digitale dei documenti permette alle aziende di risparmiare denaro, perché riduce i costi di stampa e quelli di archiviazione dei documenti. Un ultimo vantaggio è in termini di sicurezza. L’archiviazione digitale consente infatti di elaborare, gestire e archiviare le informazioni in modo decisamente più sicuro.

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Imprese a livello globale, la privacy è una condizione essenziale

Ha coinvolto più di 4.900 professionisti provenienti da 27 Paesi la quinta edizione del Data Privacy Benchmark Study 2022 by Cisco, il report annuale dedicato alle pratiche sulla privacy adottate dalle aziende. E gli intervistati sono pressoché tutti concordi (il 90%, per la precisione) nel ritenere la privacy è un elemento fondamentale del business.

Focus sull’Italia

In merito al contesto italiano,  il 93% degli intervistati non si sente sicuro ad acquistare beni e servizi da un’azienda che non sa proteggere i suoi dati in modo adeguato, mentre l’85% sottolinea, all’interno del processo di acquisto, l’importanza delle certificazioni sulla privacy fornite da enti esterni. Sempre in Italia inoltre, il 97% dei professionisti ha dichiarato che la privacy è ormai parte integrante della loro cultura, con un buon 94% che confessa addirittura di riferire con regolarità una o più metriche sulla privacy ai loro consigli di amministrazione. Le aziende, dal canto loro, continuano a investire in questo settore stimando un ritorno mediamente del doppio rispetto all’investimento iniziale (1,8 in più). Il ritorno sull’investimento (ROI) della privacy è infatti in crescita per il terzo anno consecutivo, con maggiori benefici per le aziende di piccole e medie dimensioni. Più del 60% ritiene che la privacy aggiunga un grande valore alle aziende, permette di ridurre i ritardi nelle vendite, di mitigare l’impatto dovuto dalle violazioni dei dati, di abilitare il processo di innovazione, di operare con maggiore efficenza, di consolidare la fiducia dei clienti e di attirare nuovi clienti.

Favorevoli all’introduzione della legislazione sulla privacy

Come precisa il Data Privacy Benchmark Study 2022, la legislazione sulla privacy è stata accolta in maniera positiva dall’83% degli intervistati di tutti i 27 Paesi coinvolti, anche se il rispetto di queste leggi spesso comporta sforzi e costi significativi: catalogare i dati, mantenere le registrazioni delle attività di elaborazione, implementare i controlli e rispondere alle richieste degli utenti, tanto per fare qualche esempio.

La questione della protezione dei dati

Resta per ultimo il problema della protezione dei dati e del loro utilizzo. Sul primo punto Governi e aziende stanno cominciando ad impostare i requisiti di localizzazione dei dati stessi, una delle priorità aziendali secondo l’opinione del 92% degli intervistati, anche se per l’88% si tratta di costi molto elevati. Sul secondo punto il 96% degli intervistati italiani concorda invece sul fatto che l’utilizzo dei dati debba essere fatto in modo responsabile ed etico.

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Come vivere al meglio l’hybrid working

Come trovare un nuovo equilibrio tra il lavoro da remoto e quello in presenza? Che sia per due/tre giorni la settimana o meno, ciò che conta a livello organizzativo e personale è vivere al meglio questo nuovo contesto ibrido, promuovendo gli aspetti positivi di entrambe le modalità e prevenendo le difficoltà e i rischi che comportano.
Gli studi internazionali Cegos hanno quindi individuato 8 pratiche con relative competenze da sviluppare, adatte a manager e dipendenti. Si tratta di competenze individuali e collettive che ogni lavoratore e azienda dovrà coltivare, collaborando nella creazione di un ambiente di lavoro, che anche se hybrid, dovrà essere sempre più inclusivo e responsabile.
In dettaglio, le 8 pratiche sono ‘Working from anywhere. Crea la tua working area’, ‘Proximity. Resta connesso’, ‘Time management. Pianifica in anticipo le attività principali’, ‘Workload Management. Concentrati per gestire al meglio il lavoro’, ‘Positive thinking. Attiva un atteggiamento positivo’, ‘Become influencer. Fai crescere la tua area di influenza’, ‘Free Thinking. Potenzia la tua creatività’, e ‘Get fit. Mantieni in forma corpo e mente’.

Il nuovo approccio ibrido al lavoro

“L’hybrid working – commenta Silvia Martinelli, regional manager & international projects manager di Cegos Italia – sta diventando di uso comune, nonostante la tendenza rimanga orientata prevalentemente verso una modalità ‘remote-first’, anche a seguito della recente impennata di contagi. È evidente che questo nuovo approccio ‘ibrido’ – aggiunge Silvia Martinelli – sottolinea ancor più l’importanza del rispetto dell’equità e la salvaguardia della cultura aziendale”.

L’importanza di sviluppare competenze

Il Cegos observatory barometer 2021 ha rilevato l’incremento generalizzato dell’utilizzo della formazione online a seguito dell’emergenza sanitaria, e confermato che le competenze da padroneggiare in via prioritaria sono remote management, comunicazione digitale e capacità di adattamento. 
Lo sviluppo delle competenze è infatti la chiave per fronteggiare la trasformazione digitale secondo 9 responsabili delle risorse umane su 10. Allo stesso modo, il 94% dei dipendenti, sempre più sensibili e attenti dopo quasi due anni di pandemia, si dichiara pronto a seguire autonomamente percorsi formativi per adattarsi ai cambiamenti su ruoli e competenze. 

La formazione rappresenta un cambio di mindset considerevole

“Chi lavora da remoto – spiega Silvia Martinelli – qualora non correttamente supportato, corre il rischio di rimanere ai margini dell’organizzazione. Diventa cruciale, quindi, che qualsiasi modello applicato non venga lasciato all’improvvisazione e che tutti i dipendenti siano messi in condizione di procedere allineati verso un unico obiettivo, ne siano ispirati nelle loro azioni quotidiane e siano supportati in ogni aspetto delle attività. In questo scenario la formazione rappresenta un cambio di mindset considerevole: oggi apprendere è fondamentale non per mettere da parte nozioni che potrebbero servire in futuro ma, al contrario, per testarle e applicarle immediatamente”.

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I cambiamenti del mercato immobiliare italiano

Nell’ultimo anno sono molti gli italiani che hanno deciso di vendere la propria casa, in particolare nelle grandi città. La pandemia ha certamente introdotto, o accelerato, molti cambiamenti nelle scelte e nelle abitudini degli italiani, e ha avuto, e sta tuttora avendo, effetti e conseguenze anche sul settore immobiliare. Ma com’è cambiato il processo di vendita di una casa nel 2021? Per comprendere cosa è cambiato nel settore immobiliare in Italia e quali sono le tendenze che hanno caratterizzato l’anno appena concluso, BVA Doxa ha condotto una ricerca per Casavo, la piattaforma che ha digitalizzato le fasi del processo di compravendita immobiliare. 

Spostarsi in un’abitazione più consona alle nuove esigenze dettate dalla pandemia

Fra chi ha venduto una casa dopo la pandemia, la maggioranza l’ha fatto perché ha scelto di cambiare abitazione. Tra le motivazioni più frequenti, la scelta di spostarsi in un’abitazione più consona alle nuove esigenze emerse nel corso della pandemia è al primo posto, con il 36% delle risposte, seguita dalla ricerca di liquidità (29%), la messa in vendita delle case ereditate (24%), e dal desiderio di cambiare città o quartiere (21%).  In generale, l’esigenza di cambiare la propria abitazione per rispondere alle nuove necessità è comunque la motivazione più diffusa, se si considera che il 62% di chi ha venduto una casa ne ha contestualmente acquistata un’altra. 

Le tipologie di abitazione più vendute? Trilocali e bilocali

Le tipologie di casa più vendute o messe in vendita sono il trilocale (37%) e il bilocale (30%), ma si registrano anche eccezioni, come a Torino, Bologna e Firenze, dove la vendita di bilocali rimane sotto la media (23%).
La vendita riguarda per tre abitazioni su quattro appartamenti condominiali, seguiti da case indipendenti, monofamiliari o villette singole.    

Meglio usufruire della mediazione immobiliare

“L’esperienza vissuta negli ultimi 14 mesi ha modificato profondamente il modo in cui gli italiani vivono e percepiscono la casa, ed è infatti in forte crescita il numero di persone che vorrebbe cambiarla perché la considera non più adatta alle proprie necessità – afferma Andrea Tozzi, Senior Research Manager in BVA Doxa -. Non a caso, al primo posto fra le motivazioni di vendita abbiamo il desiderio di vivere in una casa maggiormente in linea con le proprie nuove esigenze abitative”.
La mediazione di un operatore immobiliare per la vendita della propria abitazione rimane comunque la scelta preferita dalla maggioranza degli italiani. Chi vende casa sceglie l’operatore immobiliare soprattutto per la visibilità che può garantire nel processo di vendita (40%), per la professionalità (36%) e per le attività di assistenza e consulenza (33%).

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Cambia l’esame della patente e diventa ‘mini’

L’esame per ottenere la patente di guida diventa ‘mini’. Da lunedì 20 dicembre il numero dei quiz di teoria diminuisce e passa da 40 a 30, ma il tempo a disposizione per completare la prova si riduce da 30 a 20 minuti. Con la riduzione delle domande scende poi anche il numero di errori consentiti, che non sono più 4, ma al massimo 3: con il quarto quindi scatta la bocciatura. La nuova versione della prova di teoria è prevista dal decreto del Ministero delle Infrastrutture e mobilità sostenibili del 27 ottobre 2021, pubblicato nella Gazzetta Ufficiale del 9 dicembre, cui ha fatto seguito la circolare della Direzione Generale della Motorizzazione che ha stabilito la data di entrata in vigore con il 20 dicembre 2021.

Conferma per la modalità di esecuzione informatizzata 

Chi pensava di cavarsela meglio con il nuovo esame per la patente non deve farsi ingannare dalla parola ‘mini’, perché essere promossi potrebbe risultare più complicato. Le modalità di esecuzione della prova però non cambiano, e restano informatizzate, e viene confermato anche il metodo casuale di estrazione delle proposizioni per la composizione della scheda da sottoporre a chi fa l’esame. I candidati dovranno rispondere vero o falso alle varie domande.

L’esame di teoria è sempre il vero scoglio da superare

Nel percorso per ottenere la patente, l’esame di teoria si conferma come il vero scoglio da superare. Nel 2020, 424.752 cittadini hanno superato la prova di guida, e ottenuto la patente B, pari all’87,8% di tutte le persone che hanno sostenuto i quiz. Ma la guida è solo la fase finale del test. Prima bisogna infatti superare proprio i quiz di teoria, dove il dato degli idonei si ferma al 70,2%. Poco meno di un terzo di chi prova l’esame non riesce infatti a superarlo (29,8%).
Tra le regioni, la percentuale più alta di bocciati alla teoria si registra nel Lazio (36,3%), seguito da Liguria (31,1%) e Campania (31%). Il dato migliora leggermente in Emilia Romagna (27%) e Veneto (27,6%), riferisce Ansa. 

La modifica non interessa le patenti C, D e AM, ma solo A e B

La modifica non interessa le patenti C, D e AM, quest’ultima per guidare i ciclomotori, e gli esami che subiscono il ridimensionamento sono solo quelli che riguardano le patenti A1, A2, A, B1, B e BE. La riforma del Codice della Strada, dello scorso 10 novembre, ha prolungato però la validità del foglio rosa, passato da 6 mesi a un anno. Questa agevolazione consente a coloro che devono effettuare l’esame di guida di poter ripetere la prova pratica per ben tre volte (prima erano due). Tra le novità, anche la deroga sul limite di potenza delle auto utilizzate, da rispettare durante i primi 12 mesi in cui si è conseguita la patente B.
È infatti consentito ai conducenti freschi di patente di guidare un’auto di qualsiasi potenza, ma solo se accompagnati da una persona in possesso della stessa tipologia di patente da più di 10 anni e di età non superiore a 65 anni.

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Shopping natalizio: strategie dei marketer e comportamenti dei consumatori

Quest’anno un italiano su 4 prevede di investire meno per gli acquisti natalizi ma emerge un cauto ottimismo. Il 66% degli italiani dichiara infatti che la spesa sarà in linea con l’anno scorso, e la spesa media sarà di 242 euro. Da quanto emerge da una ricerca sul Natale 2021 di Yahoo, e realizzata da YouGov, per guadagnarsi l’attenzione dei consumatori è fondamentale che i marketer utilizzino progetti basati su un marketing mix di formati, canali e creatività. Nel periodo che precede il Natale, dove tradizionalmente si concentra la maggior parte degli acquisti, i marketer dovranno quindi considerare cinque fattori principali: finanziario, programmazione degli acquisti, rispetto dei valori dei consumatori, comprensione dei comportamenti e delle motivazioni legati agli acquisti, e modalità per catturare l’attenzione dei consumatori.

Puntare sul Black Friday e i pagamenti alternativi

Il 41% del campione pianifica la ricerca dei regali prima di dicembre, soprattutto i giovani tra 25-34 anni. Ed è novembre il periodo di picco degli acquisti, in particolare nel weekend del Black Friday, soprattutto tra i 16-34enni (45%), ma c’è anche un 20% del campione preoccupato della potenziale diminuzione della disponibilità di merce dovuta ai problemi di rifornimento e logistica globali. In ogni caso, i pagamenti alternativi, soprattutto la formula ‘compra ora e paga dopo’ (Buy Now, Pay Later, BNPL), sono quelli che interessano di più, tanto che il 28% ha già utilizzato questo tipo di servizio.

Avvicinarsi agli interessi sostenibili degli italiani

Mettere in risalto il proprio impegno verso la Corporate Social Responsibility, studiare nuovi packaging, mostrare più interesse verso il riutilizzo dei prodotti: così i brand si avvicinano di più agli interessi dei consumatori. Che nell’82% dei casi sono più predisposti a comprare alimenti e merci prodotte localmente (85% negli oltre 55enni). Nei prossimi 12 mesi il 43% dei 16-34enni acquisterà più prodotti di seconda mano e adotterà soluzioni di noleggio piuttosto che di acquisto. Infatti, in questa fascia di consumatori il 53% preferisce regalare ‘esperienze’ invece di prodotti. Se le donne sono più predisposte alle tematiche legate alla sostenibilità della distribuzione, l’85% dei consumatori è consapevole dei problemi legati allo smaltimento delle confezioni, e preferisce soluzioni realizzate in materiali biodegradabili, sostenibili o riciclabili.

Utilizzare un approccio omnicanale

Insomma, i brand devono dimostrare di aver compreso le modalità in cui stanno evolvendo le abitudini di consumo e le preferenze dei cittadini. È quindi necessario essere versatili, e puntare non solo sui benefici dell’acquisto online ma anche sui negozi tradizionali. Per catturare l’attenzione dei consumatori occorre quindi utilizzare un approccio omnicanale. L’85% del campione farà infatti alcuni acquisti natalizi in questi ultimi, ma il 47% dei consumatori vuole mantenere un approccio ibrido, valutando di volta in volta i benefici di un canale rispetto all’altro. La Gen Z, poi, si aspetta di più dalla shopping experience, e nel 32% dei casi andare a fare shopping equivale a un’esperienza sociale da condividere con gli amici o con la famiglia.

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L’auto è la più amata dagli italiani

I tempi stanno cambiando, tutti ci stiamo orientando verso comportamenti e acquisti sempre più green, in ogni ambito della nostra vita. Ma per l’automobile il discorso ancora sembra non valere, tanto che è proprio la macchina il mezzo preferito per la mobilità dei nostri connazionali. Il dato emerge da una ricerca realizzata da Arval Mobility Observatory, la piattaforma di ricerca e di scambio di informazioni nell’ambito della mobilità, in collaborazione con Doxa. L’auto si conferma il principale mezzo di trasporto a cui ricorrono gli italiani: l’87%, infatti la usa almeno una volta a settimana, il 63% tutti i giorni o quasi.

Svolta green?

Macchina sì, ma in un’ottica sempre più ecologica. La ricerca svela infatti che gran parte del campione è orientato verso scelte più green, almeno per quanto riguarda il futuro: il 77% dichiara di avere attualmente un veicolo diesel o benzina, ma è pari al 64% la quota di coloro che sceglierà come prossima auto un veicolo ibrido (45%) o elettrico (19%). Insomma, la sostenibilità – un po’ come accade sempre più in tutti gli ambiti della nostra vita –  è un tema al quale gli italiani sono sensibili, al punto che il 66% è a conoscenza della proposta contenuta nel “Fit for 55”, il pacchetto di riforme dell’Unione Europea per ridurre le emissioni di gas serra presentato nel mese di luglio, che prevede, dal 2035, l’obbligo per le case costruttrici di produrre solo auto a zero emissioni. Non solo: perchè addirittura l’82% dei rispondenti si dichiara favorevole.

Risvolti positivi e qualche criticità

Se il 66% degli intervistati ritiene che la maggior diffusione delle auto elettriche avrà un impatto positivo sull’ambiente, resistono per alcune preoccupazioni legate principalmente ai costi delle nuove tecnologie. L’accessibilità economica interessa infatti il 78% degli intervistati, mentre la gestione del fine vita delle batterie l’87% del campione. Una mobilità sostenibile, però, non passa solamente per le auto elettrificate. 8 intervistati su 10 ritengono che l’offerta combinata di differenti opzioni contribuisca a una mobilità più ecologica e l’82% auspica la diffusione di soluzioni che permettano la gestione integrata delle diverse possibilità di mobilità secondo un approccio MaaS (Mobility as a Service). Per ovviare a eventuali problematiche, i nostri connazionali sono assolutamente bendisposti anche verso la mobilità dolce: ben l’84% si dichiara a favore con la linea delle amministrazioni delle grandi città che incentiva le forme di mobilità alternative all’automobile, come ad esempio la creazione di piste ciclabili.

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Arredobagno, nel primo semestre 2021 le vendite crescono del +47,2%

Gli effetti della pandemia non hanno risparmiato il settore italiano dell’arredobagno, ma il 2021 si è aperto con segnali decisamente positivi. Se infatti nel 2020 il Sistema Arredobagno ha registrato una contrazione del 9,0%, nel solo periodo gennaio-giugno 2021 rispetto al primo semestre del 2020, l’aumento delle vendite del Sistema Arredobagno è stato del 47,2%, con un andamento particolarmente positivo sul mercato italiano (+62,4%).
Considerando poi i dati disponibili per il confronto con il primo semestre del 2019, emerge una crescita del 14,9% delle vendite totali e del 12,8% per il mercato italiano. È quanto emerge dai dati diffusi nel corso dell’Assemblea dei soci di Assobagno, l’Associazione nazionale delle industrie dell’arredamento e gli articoli per il bagno.

Export, +33,9%. Germania primo sbocco commerciale

Nei primi sei mesi del 2021 anche le esportazioni del Sistema Arredobagno registrano un significativo incremento, pari al +33,9%, rispetto all’analogo periodo del 2020. Tra i mercati di riferimento, la Germania è il primo sbocco commerciale dell’export italiano di Arredobagno, seguito da Francia, Regno Unito, Svizzera e Spagna. Anche il confronto con il periodo gennaio-maggio 2019, conferma il dinamismo del comparto, registrando in questo caso una crescita del +4,6%. Relativamente all’import del Sistema Arredobagno si evidenzia un robusto incremento nel periodo gennaio-maggio 2021 (256,4 milioni di euro, +42,6% sul 2020 e +15,6% sul 2019). Cina, con oltre un terzo del totale importato, Germania, Bulgaria, Turchia e Polonia, sono i primi cinque Paesi fornitori, riferisce E-Duesse.it.

Nonostante gli incrementi delle vendite gli imprenditori sono allarmati

Tuttavia, sottolinea Assobagno, “nonostante gli incrementi delle vendite, gli imprenditori sono allarmati per la difficoltà nel reperimento delle materie prime e per i continui aumenti dei prezzi, motivo per il quale la loro marginalità sarà ridotta”. 
In ogni caso, nel 2020 la contrazione del 9,0% è stata comunque contenuta da una minor penalizzazione sui mercati esteri (-6,6%) rispetto a quello interno (-11,3%). In diminuzione, però. seppur meno marcate, sono state anche le importazioni (-7,4%), che hanno determinato una perdita complessiva del consumo interno apparente pari al -10,4%.

I numeri del Sistema Arredobagno italiano: 984 aziende per 22.388 addetti

Nel 2020 il Sistema Arredobagno comprendeva 984 aziende, in diminuzione del -1,9% rispetto al 2019, e impiegava 22.388 addetti (-2,1% rispetto all’anno precedente). Sempre nel 2020, riporta Adnkronos, il 94% del fatturato del settore è stato realizzato da Società di capitali, che rappresentano oltre il 40% delle imprese e impiegano quasi l’80% degli addetti. Dal 2020 il Sistema Arredobagno include poi anche il comparto delle Ceramiche sanitarie.

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